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L'EVOLUZIONE DEL PENSIERO POLITICO DA MARX AD OGGI
di
Simone Stellas

Premesse del Corso

Questo corso si propone di analizzare come il pensiero politico è cambiato a seguito della formulazione delle teorie marxiste. Questo percorso coinvolge un grande numero di fattori che esulano dal comunismo e comprendono anche l'anarchia, il socialismo, la socialdemocrazia ma anche il fascismo ed il nazismo. Nonostante la mia posizione politicizzata questo corso vuole essere solo un seminario e non una propaganda, in questa sede analizzerò il pensiero politico in base alla corrente ed al tempo in cui è stato formulato.

Lezione 1: Prima di Marx: Destra Storica e Sinistra Storica

La sforzo nell'immaginare la situazione politica in Europa dell'inizio 1800 è uno sforzo notevole.
La rivoluzione francese era un'evento recentissimo e l'illuminismo era passato da lettera morta ad applicazione pratica, fino ad allora il potere delle monarchie (le repubbliche erano quasi un'utopia o una realtà relegata ad ambienti più piccoli) era assoluto : esisteva il potere politico nelle mani del re e dei suoi ministri (nobili) ed il potere economico nelle mani della nobiltà, una nobiltà che possedeva questo potere non in quanto ceto attivo ma grazie ai privilegi economici di stampo feudale. Di fatto a partire dal 1400-1500 la borghesia si era sempre più imposta come forza economica attiva e la rivoluzione francese attualmene è riconosciuta dagli storici come il primo evento in cui la borghesia rivendica sia l'abolizione dei privilegi economici della nobiltà sia il riconoscimento di un potere politico che gli spettava in quanto vero e proprio motore della nazione e ceto economico attivo.
Naturalmente grandi masse popolari parteciparono alla rivoluzione ma furono mosse sopratutto da idealismo e dal sogno di veder cadere tutti gli obbligo ancestrali che avevano verso i signori feudali. Tuttavia la rivoluzione fu guidata da borghesu (Robesbierre, Marat, ecc), per quanto illuminati.
Gli ideali che sorsero dalla rivoluzione furono liberali ed anche se questa parola oggi ricorda posizioni politiche moderate e spesso di destra, all'epoca invece era un'enorme passo avanti rispetto alle posizioni aristocratiche feudali, il liberalismo all'epoca era l'avanguardia del progressismo.
Con la rivoluzione francese si sancisce si il riconoscimento dell'uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge (eresia per il vecchio regime aristocratico) e che il potere politico viene dal popolo e non da Dio ma allo stesso tempo si lanciano le basi per un'economia di tipo liberale, ovvero con poco intervento dello stato nella vita economica.
Se questo da un parte significava la fine del predominio dell'aristocrazia in certe essenziali attività economiche, predominio garantito dai privilegi statali di marca feudale, significava anche poche garanzie per i lavoratori da parte dello stato.
Si formarono quindi, un pò in tutta Europa, due correnti politiche : la destra storica e la sinistra storica. Alla prima si rifaceva l'alta borghesia e le classi agiate e portava avanti una politica ultra-liberista in campo economico, alla seconda facevano parte i piccolo borghesi e (là dove era possibile per motivi che vedremo fra poco) i lavoratori che oggi diremmo "proletari" e portava avanti un programma di piccoli interventi statali a favore delle classi povere (istruzione obbligatori, refezione scolastica gratuita, ecc). Di fatto la maggioranza della popolazione avrebbe avuto vantaggio a seguire la sinistra storica ma in molte nazioni (fra cui l'Italia) gli elettori (oltre a essere solo i maschi) dovevano superare un certo reddito, ufficialmente perchè si partiva dal presupposto che solo chi contribuiva alla vita economica poteva avere voce nella vita politica ma di fatto per aumentare il potere della destra storica che in Italia partì da un'80 % dei seggi del primo parlamento (1861) per cedere il posto al primo governo di sinistra storico solo verso la fine del secolo.
Naturalmente questo era comunque un grande passo avanti rispetto al sistema di lavoro aristocratico che prevedeva decime e lavori straordinari ma un'altro evento accelerò i tempi delle rivendicazioni dei lavoratori : l'industrializzazione.
Con l'avvento di essa (appunto nei primi del 1800) i lavoratori si trovarono in due condizioni opposte : alcuni scalzati dall'avanzata delle macchine capaci di fare il lavoro di 10 uomini e altri costretti a vivere in squallidi quartieri dormitorio (in quest'epoca è l'origine delle fumose periferie londinesi che Dickens immortalerà nei suoi romanzi e che saranno scenario delle opere di Jack lo Squartatore).
Stratti dalle tenaglie dell'industrialismo e spesso privi di vere garanzie socio-politiche i lavoratori iniziarono a cercare oltre la sinistra storica le loro speranze. Iniziò per tutta Europa un fiorire di movimenti dei lavoratori ed in quel periodo di gran voga divenne un'ideale che esamineremo nella prossima lezione : l'anarchia.

Lezione 2: Prima di Marx: l'Anarchia

L'anarchismo è un movimento politico che nasce nel corso del 1700, affondando le sue radici nell'Illuminismo, e si sviluppa nei secoli successivi.
Dare un quadro del pensiero anarchico e delle pratiche libertarie non è facile perché da un lato non si può, nel caso dell'anarchismo, ricondurre tutte le sue manifestazioni all'attività di un solo teorico e, dall'altro, perché esse sono lontane dall'essere espressione di una ideologia fissa.
Sul piano filosofico e delle idee, l'anarchismo può essere considerato come la manifestazione più estrema del processo di laicizzazione del pensiero occidentale che approda al rifiuto di ogni forma d'autorità esterna o superiore agli uomini, sia essa "divina" o umana, e al rifiuto di tutti i principi che, in tempi, forme e con modalità differenti, sono stati utilizzati dalle classi dominanti per giustificare la loro dominazione sul resto della popolazione.
Sul piano politico e sociale, l'anarchismo si ritiene continuatore dell'opera della Rivoluzione Francese, attraverso la realizzazione, accanto all'eguaglianza politica, di una vera eguaglianza economica e sociale; eguaglianza che nella società borghese si realizza attraverso la lotta contro il capitalismo e per l'abolizione del salariato. Questo, almeno, per ciò che riguarda l'anarchismo europeo, tradizionalmente orientato in senso socialista e rivoluzionario.
Furono gli anarchici ad utilizzare per la prima volta il termine "comunismo", per indicare la teoriza economica della colletivizzazione. Furono anche loro ad utilizzare la bandiera metà nera e metà rossa per indicare talvolta l'unione "ideale" di comunisti ed anarchici ed altre volte l'essere anarchici in politica e comunisti nell'economia. Oggi gli anarchici che si rifanno alle teorie anarchiche storiche si definiscono "anarco-comunisto" o anche "comunisti libertari".
Come vedremo nelle prossime lezioni però il rapporto fra anarchici non sarà sempre idilliaco.
L'anarchia come la intendiamo oggi si deve sopratutto al pensiero di Pierre-Joseph Proudhon (Besançon 15 gennaio 1809 - Parigi 19 gennaio 1865) e di Michail Bakunin (Tver, 18 maggio 1814 - Berna, 1 luglio 1876).
Leggiamo da uno scritto di Proudhon :

"Sei un repubblicano?
"Repubblicano... sì. Ma non significa nulla. Res publica, la cosa pubblica. Chiunque si interessi alla cosa pubblica può definirsi repubblicano. Anche i re sono repubblicani"
"Bene! Quindi sei un democratico?"
"No"
"Cosa? Forse un monarchico?"
"No"
"Costituzionalista?"
"Dio non voglia!"
"Vorresti una forma di governo mista?"
"Meno che mai..."
"E allora cosa sei?"
"Un anarchico..."
"Ah... capisco. Sei ironico."
"Assolutamente no. Ti sto dando la mia seria e ponderata professione di fede. Sebbene un fervente sostenitore dell'ordine, io sono - nel più forte significato del termine - un anarchico."

Proudhon ipotizzò una forma di anarchia, dove lo Stato non esisteva e erano i cittadini a decidere l'organizzazione politica e sociale.
La summa del suo pensiero politico si trova nell'opera "Cos'è la proprietà? Un'inchiesta sul principio del Diritto e del Governo".
Nella "Célébration du Dimanche" definì la proprietà privata come l'ultimo dei falsi dèi, in quanto è un ostacolo all'uguaglianza fra gli uomini, cioè alla giustizia.
In "Che cos'é la proprietà?" scrive poi la sua famova frase, apprezzata anche da Marx: "la proprietà è un furto!". In realtà ciò che Proudhon vuole combattere è soltanto la proprietà come mezzo di sfruttamento di altri uomini: i mezzi di produzione e la casa da abitare devono appartenere a chi li adopera, finchè li adopera ("la casa è di chi l'abita", dirà più tardi un famosissimo canto anarchico).
Per altri aspetti fu conservatore, ad esempio si dichiarò favorevole alla sottomissione della donna all'uomo e si scagliò contro le cosiddette perversioni sessuali. Il suo pensiero fu considerato inappilcabile e per questo quello che ipotizzò fu definito "socialismo utopistico".
Inoltre il suo fu un'anarchismo progressista quasi solo in campo economico, diverso il pensiero di Bakunin.
In apparenza asistematico, il pensiero di Bakunin ruota attorno all'idea, fondamentale per lui, di libertà. La libertà è il bene supremo che il rivoluzionario deve cercare a qualunque costo. La libertà è però irrealizzabile senza l'uguaglianza di fatto (uguaglianza sociale, politica, ma soprattutto economica). I fenomeni che spingono gli uomini all'ineguaglianza e alla schiavitù sono due: lo Stato e il Capitale. Abbattuti questi, grazie a una rivoluzione strettamente popolare, si sarebbe giunti all'Anarchia.
La dottrina anarchica di Bakunin è basata sull'assenza dello sfruttamento e del governo dell'uomo sull'uomo. La produzione industriale e agricola è fondata non più sull'azienda, ma sulle libere associazioni, composte, amministrate ed autogestite dai lavoratori stessi attraverso le assemblee plenarie. L'aspetto della partecipazione diretta del popolo alla politica, ripresa dal pensiero di Proudhon, è fondata sul cosiddetto federalismo libertario, teoria che prevede una scala di assemblee organizzate dal basso verso l'alto, dalla periferia al centro. La differenza fondamentale tra l'organizzazione anarchica voluta da Bakunin e una concezione autoritaria della società consiste nella direzione delle decisioni. Se dieci libere associazioni (fabbriche, unità territoriali, ecc) sono federate in un'associazione più grande, quest'ultima non può imporre nulla alle associazioni-membro, in nessun caso. Sono i membri delle associazioni più piccole che, riunendosi assieme, possono decidere forme di collaborazione e di reciproco aiuto, quindi il processo decisionale va dal basso all'alto. Naturalmente Bakunin non è contrario in senso assoluto alla delega, perciò le assemblee delle federazioni non devono necessariamente essere plenarie; ma il mandato è sempre revocabile e il mandatario deve obbedire all'assemblea che lo ha nominato.
Quindi l'anarchia non vuol dire affatto "assenza di regole" ma solo "assenza di gerarchie dall'alto verso il basso" o più semplicemente "assenza di capi che non siano coordinatori eletti dal basso". Infatti uno dei motti degli anarchici è "l'anarchia è ordine".

Lezione 3: Marx e il Socialismo Scientifico

L'importanza che Marx ha avuto nel pensiero politico moderno non ha pari : l'intera sinistra di oggi si è formata in seguito al suo pensiero ed anche le posizioni più moderate devono tener conto che il marxismo esiste ed occorre confrontarsi con esso, anche la destra storica è arretrata (seppur meno della sinistra storica) sotto l'arrivo del fascismo e del nazionalsocialismo, ideologie nate dall'esigenza di un socialismo che si coniugasse col patriottismo e di cui ci occuperemo poi.
Abbiamo visto come Marx non abbia inventato il comunismo, poichè questa parola era già stata creata dagli anarchici. Marx però creò il comunismo come teoria politica organica e come noi oggi la conosciamo, teniamo presente che però il comunismo non è un pensiero politico unitario quindi in questa sede analizzeremo il marxismo.
Nel periodo in cui Marx scrisse im termini comunismo, socialismo e socialdemocrazia erano usati un pò come sinonimi. A lui si deve una prima differenziazione fra comunismo (teoria politica della dittatura del proletariato tramite il partito comunista), socialismo (teoria economica dell'abolizione della proprietà privata) e socialdemocrazia (applicazione dei principi del socialismo tramite la rappresentanza parlamentare). Col tempo socialismo sarebbe stato usato anche come termine per definire un comunismo più moderato.
Il marxismo è noto anche come "socialismo scientifico" perchè ha alla base un ragionamento logico quasi matematico e perchè analizza la sociologia umana utilizzando un metodo scientifico di "causa = effetto".
Quando Lenin creerà il "socialismo reale" al marxismo spesso ci ci riferirà anche come "socialismo utopico" ma di questo si parlerà in più in avanti e per ora soffermiamoci su Marx e sul suo compagno, Engels.
Nell'epoca dei fatti l'Europa era scossa da un grande fermento rivoluzionario, come si era accennato nelle lezione riguardante l'anarchia, e Marx non fece altro che indirizzare questo fermento verso un progetto comune, per un progetto comune però occorrevano basi universali e sempre riproducibili in ogni circostanza da cui la ricerca di un'approccio scientifico alla ricerca.
In libri come "Il Capitale", "Il manifesto del partito comunista" ed in opere sull'operato di Napoleone o di commento alla Comune di Parigi (evento importante di cui parleremo) Marx delinea il comunismo : "Il comunismo non è un'ideologia, noi chiamiamo comunismo il movimento reale che cambia lo stato attuale delle cose".
Marx si pone delle domande : cos'hanno in comune tutti i lavoratori del mondo ? E cos'hanno in comune tutti i capitalisti ? E' semplice : tutti i lavoratori vengono fatti lavorare il più possibile (più lavoro = più entrate) e vengono pagati il meno possibile (meno salari = più entrate).
La lotta dei lavoratori quindi è una lotta internazionale che non deve conoscere limiti di nazione.
Tutte le riforme applicate in una repubblica capitalista sono, secondo Marx, destinate a fallire perchè il capitalismo è un'insieme di potere economico e potere politico capace di opporsi con più forza alle rivendicazioni della classe lavoratrice.
Perchè ?
Da qui il grande teorema di Marx : "Il proletario, ovvero il lavoratore salariato, non ha mezzi di controllo nell'attività lavorativa di cui fà parte e non riceverà mai un compenso adeguato al suo lavoro perchè dal suo salario, anche se equo, verrà sempre tolta la parte di guadagno del capitalista. Privo quindi di controllo sul suo lavoro egli dipende per vivere dal capitalista, che lo può tenere sotto ricatto privandolo del lavoro. Privo del potere economico il lavoratore non può appieno svolgere il suo potere politico liberamente perchè la sua libertà è limitata dal non contrariare il capitalista".
Lo stato borghese (ovvero di coloro che possiedono il potere economico e, di riflesso, quello politico) crea tutta una serie di sovrastrutture per impedire al lavoratore di cambiare le cose ma anzi per fargli apparire le cose come l'unico modo possibile di essere. Di queste sovrastrutture la proprietà privata è la prima ma ci sono anche il concetto sacrale di nazione, le forze dell'ordine, il concetto di casa in affiatto invece che casa di proprietà, la chiesa (in quanto rafforzatrice dello status quo e per questo ricompensata da lauti sgravi economici) ed in generale tutte le istituzioni non funzionali ma unicamente etiche.
Per ovviare a questo Marx teorizzò che l'unica via possibile fosse l'abolizione della proprietà privata. In un mondo dove c'è chi ha poco e chi ha troppo questa disparità è dovuta alla proprietà privata ed abolita essa si può passare alla ridistribuzione della rendita.
A questa soluzione erano già arrivati anche alcuni anarchici ma stà a Marx il merito di averla teorizzata fase per fase e di aver cercato un'applicazione mondiale possibile.
E' ovvio che il capitalismo non avrebbe mai lasciato espropiarsi della propria ricchezza e per questo per il popolo era essenziale la via della rivoluzione; per ogni rivolta ci vogliono dei capi ed essi furono identificati da Marx dei partiti comunisti che avrebbero dovuto formarsi nei vari stati del mondo. Per Marx quindi il compito principale del partito era preparare il popolo alla rivoluzione, la via parlamentare era secondaria e da usare solo subordinata al primo scopo.
Sul partito e sulla rivoluzione inizia la prima diatriba con gli anarchici : il partito dopo la rivoluzione doveva, secondo gli anarchici, sparire per lasciarsi davanti entità autonome locali autogestite fin da subito mentre per Marx la rivoluzione era da intendersi in due tempi.
Prima la rivoluzione contro la borghesia capitalista che abbatte lo stato capitalista ed instaura uno stato socialista con a capo il partito comunista a coordinare il passaggio verso la seconda fase : l'estinzione spontanea dello stato. Secondo Marx infatti (e questo stupirà che vede nel comunismo forti differenze con l'anarchia) lo stato sorge in quanto garante della superiorità di una classe sull'altra (nella repubblica capitalista è il garante della borghesia mentre in quella socialista post-rivoluzionaria del proletariato, inteso con questo nome tutto il popolo dei lavoratori salariati), scomparse le classi ed organizzate le forze produttive (fabbriche, comuni agricole, ecc) gestite da consigli interni allora lo stato non ha più senso di esistere e quindi neanche il governo centrale del partito. L'ordine sarebbe garantito non più dalla polizia (strumento del potere centrale per i suoi scopi repressivi) ma da forze locali elette dai cittadini scegliendo a turno fra i cittadini stessi, per creare forze dell'ordine che non creino un divario "civile vs uomo con la divisa" e che non ricevano ordini non-pubblici da parte di un potere centrale ma che anzi siano i veri e propri tutori della legge del popolo da parte del popolo.
Di conseguenza anche gli stati nazionali non esisteranno più : fermo restando che usi e costumi locali sono presenti e diversi anche sotto la stessa nazione e che etnie uguali sono divise in nazioni diversi appare chiaro che le nazioni sono solo un'invenzione dell'uomo e che quindi sono sovrastrutture inutili. Sotto Stalin assisteremo, con questo pretesto, ad un certo appiattimento delle culture locali nelle zone comuniste dovuto però, secondo gli anti-stalinisti, più alla volontà del dittatore di sdradicare possibili fonti di dissenso.
Stando così le cose le basi per una rottura con gli anarchici ci sono già ma non si renderanno dolorose fino al periodo della contro-rivoluzione bianca in Russia ed alla presa di potere di Stalin.

Lezione 4: Aspettando Lenin: le rivoluzioni mancate

A questo punto i tempi erano maturi perchè il movimento dei lavoratori si organizzasse a livello internazionale per rivendicare i propri diritti. Marx e gli anarchici concordavano sul fatto che l'unico modo che i lavoratori avevano per combattere i borghesi (ovvero coloro che possedevano i mezzi di produzione) era l'unione indipendentemente dalla nazione di appartenenza.
La rabbia sociale intanto dilavaga per le strade dell'Europa, venne il 1848 che rimase simbolo nella parlata comune di "grande sommossa" ("Succede un 48") :

4 gennaio - Bruxelles: viene pubblicato il Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels

11 febbraio - Ferdinando II promulga la Costituzione del Regno delle due Sicilie, concessa il 29 gennaio precedente come risposta alle sommosse scoppiate in tutto il Regno

15 marzo Berlino: rivoluzione (poi fallita) nella Confederazione tedesca

18 marzo Milano: iniziano le Cinque Giornate

23 marzo: inizia la Prima guerra di indipendenza italiana, scoppiata tra Regno di Sardegna ed Austria

marzo Parigi: rivoluzione che porterà alla Seconda repubblica

L'Associazione internazionale dei lavoratori (A.I.L.), conosciuta anche come Prima Internazionale, era un organismo internazionale avente lo scopo di creare un legame internazionale tra i diversi gruppi politici di sinistra e organizzazioni di lavoratori, in particolare operai (per cui viene anche conosciuta come Associazione internazionale degli operai). Fu fondata nel 1864 in seguito all'incontro avvenuto due anni prima a Londra tra delegazioni operaie francesi ed inglesi. L'esperienza rivoluzionaria del 1848-49 aveva infatti dimostrato come i problemi dei diversi paesi fossero strettamente legati tra loro. Inoltre veniva considerato necessario un organismo che coordinasse la lotta a livello internazionale così come la repressione veniva coordinata dalle alleanze tra stati.
La Prima Internazionale viene generalmente considerata la causa principale che ha portato alla creazione della Comune di Parigi del 1871. Anche se l'idea non è condivisa, Marx scrisse una difesa della Comune. L'Internazionale si pose inoltre degli obiettivi pratici da conseguire per migliorare la condizione dei lavoratori: tra questi si ricorda la limitazione della giornata lavorativa ad otto ore.
Questa prima esperienza fu caratterizzata dalla convivenza di più correnti ideologiche: in origine, l'organizzazione conteneva gruppi operai inglesi, anarchici, socialisti francesi e repubblicani italiani, ed era guidata da Karl Marx. Si accese quindi un intenso dibattito, nel quale spiccò subito la discussione tra marxisti ed anarchici (proudhoniani prima, Michail Bakunin e seguaci poi).
Il confronto tra Marx ed i proudhoniani (Proudhon era morto pochi anni prima) portarono all'espulsione di quest'ultimi dall'organizzazione. In seguito, dispute tra Marx e Bakunin, l'esponente anarchico più rilevante nell'Internazionale portarono ad una rottura tra gli anarchici ed i marxisti, per cui anche gli anarchici fedeli a bakunin vennero espulsi dall'Internazionale. Gli anarchici si considerarono sempre vittime di un'ingiustizia, e decisero di rifondare l'Internazionale dopo la sua fine, in un congresso a Berlino nel 1922, formando la Federazione Internazionale degli Anarchici.
Durante la prima internazionale vi fu anche uno scontro fra il delegato italiano, inviato da Giuseppe Mazzini, ed i marxisti. I mazziniani infatti erano decisamente contrari alle teorie che prevedevano la lotta di classe (pensavano di risolvere i problemi sociali attraverso la solidarietà nazionale), ma nello statuto provvisorio Marx aveva già inserito dei punti che qualificavano in senso classista l'organizzazione. In seguito infatti anche i mazziniani si ritirarono dall'Internazionale (al contrario di Garibaldi, che espresse il suo favore verso l'Internazionale).
Il conflitto con gli anarchici, il fallimento dell'esperienza della Comune di Parigi, alla crisi economica del ’73 e ad un'inadeguatezza organizzativa, portò allo scioglimento della prima internazionale nel 1876.
Nel fratempo c'era stata la creazione del primo stato socialista della storia : la comune di Parigi.
Il termine "Comune di Parigi" si riferiva in origine al governo di Parigi durante la Rivoluzione Francese. Comunque, il termine si riferisce tradizionalmente al governo socialista che diresse per breve tempo Parigi, dal 18 marzo (più formalmente dal 26 marzo) al 28 maggio 1871.
In senso formale, la Comune di Parigi del 1871 era semplicemente l'autorità locale (il consiglio cittadino o distrettuale - in francese "commune") che esercitò il potere a Parigi per due mesi nella primavera del 1871. Ma le condizioni in cui si venne a formare, i suoi decreti controversi e la sua fine tormentata, lo rendono uno dei più importanti avvenimenti politici dell'epoca.
La Comune fu resa possibile da una sollevazione civile di tutte le tendenze rivoluzionarie all'interno di Parigi dopo la Guerra Franco-Prussiana, finita con la sconfitta francese. La guerra con la Prussia, iniziata da Napoleone III ("Louis Bonaparte") nel luglio 1870, si rivelò disastrosa per i francesi, ed a settembre la stessa Parigi era sotto assedio. Il divario tra ricchi e poveri nella capitale si era ampliato negli ultimi anni e in quel momento la scarsità di cibo e i continui bombardamenti dei prussiani si aggiungevano ad un malcontento già diffuso. La classe operaia si stava sempre più aprendo alle idee radicali. Una richiesta specifica era che Parigi dovesse autogovernarsi, tramite una Comune eletta, qualcosa di cui godevano la maggior parte delle città francesi, ma che era negato a Parigi da un governo timoroso della popolazione ingovernabile della capitale. Un desiderio più vago ma associato era per un modo più equo, se non necessariamente socialista, di gestire l'economia, che veniva riassunto dal popolare grido per "La Sociale!"
Nel gennaio 1871, quando l'assedio durava da quattro mesi, Louis-Adolphe Thiers, che sarebbe presto diventato Capo Esecutivo (in seguito Presidente) della Terza Repubblica, cercò un armistizio. I prussiani inclusero l'occupazione di Parigi nelle condizioni di pace. Nonostante la durezza dell'assedio, molti parigini erano aspramente risentiti e particolarmente arrabbiati per il fatto che ai prussiani venisse permessa una breve occupazione cerimoniale della loro città.
In quel momento, molte decine di migliaia di parigini erano membri armati di una milizia cittadina nota come "Guardia Nazionale", che era stata molto ampliata per aiutare nella difesa della città. I battaglioni dei distretti più poveri elessero i loro ufficiali e possedevano molti dei cannoni che erano stati piazzati a Parigi e pagati da sottoscrizioni pubbliche. La città e la sua Guardia Nazionale avevano resistito alle truppe prussiane per sei mesi. La popolazione di Parigi era sprezzante nei confronti dell'occupazione — limitò la presenza prussiana a una piccola area della città e ne sorvegliava i confini.
Vennero fatti dei passi per formare un "Comitato Centrale" della Guardia, e Louis-Adolphe Thiers, presidente del governo francese, la nuova terza Repubblica, si rese conto che nella situazione instabile del momento questo organo poteva venire a formare un centro alternativo di potere politico. Inoltre, era preoccupato che i lavoratori potessero armarsi con le armi della Guardia Nazionale e provocare i prussiani.
Gli eventi a questo punto si fanno confusi, ma ciò che è chiaro è che prima che i prussiani entrassero a Parigi, la Guardia Nazionale, aiutata dai comuni cittadini, fece in modo di portare i cannoni (che consideravano loro proprietà) lontano dai prussiani e di conservarli in distretti "sicuri". Uno dei principali "parcheggi di cannoni" era sulla cima di Montmartre.
Mentre il Comitato Centrale della Guardia Nazionale adottava una posizione sempre più radicale e conquistava una sempre maggiore autorità, il governo non poteva permettere indefinitamente che questo avesse quattrocento cannoni a sua disposizione. Fu così che, come primo passo, il 18 marzo Thiers ordinò a truppe regolari di prendere i cannoni conservati sulla Buttes Montmartre. Comunque, invece di seguire gli ordini, i soldati fraternizzarono con la Guardia Nazionale e i residenti. Quando il loro generale, Claude Martin Lecomte, diede ordine di sparare su una folla disarmata, lo trascinarono giù da cavallo. Venne in seguito fucilato, assieme al generale Thomas, odiato ex-comandante della Guardia, che venne preso dalla folla nei boulevard esterni.
Altre unità dell'esercito si unirono alla ribellione, che si diffuse così rapidamente che il presidente Thiers ordinò un'immediata evacuazione di Parigi da parte di tutte le forze ancora obbedienti, della polizia e degli amministratori e specialisti di ogni tipo. Egli stesso fuggì alla loro testa verso Versailles. Il Comitato Centrale della Guardia Nazionale era ora l'unico governo effettivo di Parigi; esso abdicò immediatamente la sua autorità e preparò le elezioni per la Comune, che si sarebbero tenute il 26 marzo.
I 92 membri della Comune (o più correttamente, del "Consiglio Comunale") comprendevano operai qualificati, diversi "professionisti" (come medici e giornalisti), e un gran numero di attivisti politici, che andavano dai riformisti repubblicani, a varie tipologie di socialisti, fino ai Giacobini che tendevano a guardare con nostalgia alla Rivoluzione del 1789. Il carismatico socialista Louis Auguste Blanqui fu eletto presidente del Consiglio, ma ciò avvenne in sua assenza, poiché era stato arrestato il 17 marzo e venne tenuto in una prigione segreta per tutto il periodo di vita della Comune. La Comune di Parigi venne proclamata il 28 marzo, anche se i distretti locali spesso conservarono le organizzazioni istituite durante l'assedio.
Nonostante le differenze interne, il Consiglio ebbe un buon inizio nel mantenimento dei servizi pubblici essenziali per una città di due milioni di abitanti; fu anche in grado di ottenere il consenso su certe politiche il cui contenuto andava verso una progressiva socialdemocrazia, piuttosto che verso la rivoluzione sociale. La mancanza di tempo (la Comune fu in grado di riunirsi per meno di 60 giorni in tutto) fece si che solo pochi decreti vennero effettivamente messi in vigore. Questi comprendevano: la remissione degli affitti per l'intero periodo dell'assedio (durante il quale erano stati alzati considerevolmente da molti proprietari); l'abolizione del lavoro notturno in centinaia di panifici parigini; l'abolizione della ghigliottina; la concessione di una pensione alle compagne non sposate di membri della Guardia Nazionale uccisi in servizio, oltre che ai figli se ce n'erano; la restituzione, da parte degli uffici prestiti dello stato, di tutti gli strumenti di lavoro dei lavoratori dati in pegno durante l'assedio, poiché il Consiglio era preoccupato che i lavoratori specializzati erano stati costretti a impegnare i propri strumenti durante la guerra; vennero rinviate le scadenze delle cambiali e abolito l'interesse sul debito; e in un importante allontanamento dai principi strettamente "riformisti", il diritto degli impiegati di impossessarsi e condurre un'impresa se questa era stata abbandonata dal proprietario.
Il Consiglio pose fine alla coscrizione e sostituì l'esercito con una Guardia Nazionale composta da tutti i cittadini che potevano portare le armi. Tra i progetti legislativi, la separazione di chiesa e stato, rendeva tutti i beni della chiesa di proprietà dello stato, ed escludeva la religione dalla scuola. Alle chiese era permesso di continuare la loro attività religiosa solo a patto che tenessero le loro porte aperte per incontri politici pubblici la sera. Ciò rese le chiese i principali centri di partecipazione politica della Comune. Un altro progetto legislativo aveva a che fare con la riforma dell'istruzione, che avrebbe reso l'istruzione superiore e l'addestramento tecnico liberamente disponibili per tutti.
La Comune riadottò il calendario repubblicano francese, e durante la sua breve esistenza usò la bandiera rossa al posto del tricolore.
La mole del lavoro venne agevolata da diversi fattori, anche se i membri del Consiglio (che non erano "rappresentanti" ma delegati, soggetti all'immediato richiamo da parte del loro elettori) dovevano mandare avanti molte funzioni esecutive, oltre a quelle legislative. Le numerose organizzazioni ad hoc istituite nei quartieri durante l'assedio, per andare incontro ai bisogni della popolazione (mense, punti di pronto soccorso), continuarono a prosperare e cooperarono con la Comune.
Allo stesso tempo, le assemblee locali inseguivano i propri fini, generalmente sotto la direzione dei lavoratori locali. Nonostante il riformismo formale del Consiglio, la composizione della Comune nel suo complesso era più rivoluzionaria. Le correnti rivoluzionarie presenti comprendevano anarchici e socialisti, Blanquisti, e repubblicani libertari. La Comune di Parigi è stata celebrata in continuazione da anarchici e socialisti Marxisti fino ai giorni nostri, in parte a causa della diversità di orientamenti, dell'alto controllo dei lavoratori e della notevole cooperazione tra i vari gruppi rivoluzionari.
Nel III arrondissement, ad esempio, i materiali scolastici venivano forniti gratuitamente, tre scuole vennero laicizzate e venne istituito un orfanotrofio. Nel XX arrondissement, gli studenti ricevevano vestiti e cibo gratis. Ci furono molti altri esempi simili, ma un ingrediente fondamentale del relativo successo della Comune in questa fase fu l'iniziativa mostrata nel settore pubblico dai lavoratori comuni, che riuscirono a gestire e farsi carico delle responsabilità degli amministratori e specialisti che Thiers si era portato via.
Friedrich Engels, avrebbe in seguito sostenuto che l'assenza di un esercito, l'autogestione dei quartieri, ed altre caratteristiche, stavano a significare che la Comune non era più uno "stato" nel senso vecchio e repressivo del termine: era una forma transitoria, che si muoveva in direzione dell'abolizione dello stato in quanto tale. Il suo sviluppo futuro, comunque, sarebbe rimasto una questione teorica. Dopo una sola settimana finì sotto l'attacco da parte di elementi del nuovo esercito (che includeva ex prigionieri di guerra rilasciati dai prussiani), che venne creato in fretta e furia a Versailles.
La Comune venne assalita a partire dal 2 aprile dalle forze governative dell'Esercito di Versailles, e la città fu bombardata costantemente. Il vantaggio del governo era tale che a partire da metà aprile si rifiutò di negoziare.
Durante l'assalto, le truppe governative si resero colpevoli del massacro di civili disarmati: i prigionieri vennero giustiziati e le esecuzioni multiple erano comuni. Con un futile gesto di sfida, il 27 maggio la folla catturò ed uccise brutalmente 50 ostaggi, diversi dei quali erano preti, che si trovavano nelle mani della Comune. Complessivamente, le perdite governative furono attorno alle novecento unità. Queste morti vennero ampiamente vendicate.
La resistenza più strenua giunse dai distretti più "operai", collocati ad oriente, dove i combattimenti continuarono per altri otto giorni di guerriglia urbana (La Semaine sanglante, la settimana sanguinosa). Il 27 maggio rimanevano solo poche sacche di resistenza, soprattutto nei distretti orientali più poveri di Belleville e Menilmontant.
Alle quattro del pomeriggio del giorno seguente cadde l'ultima barricata, in Rue Ramponeau e Belleville, e il Maresciallo MacMahon emanò un proclama: "Agli abitanti di Parigi. L'esercito francese è giunto a salvarvi. Parigi è libera! Alle quattro i nostri soldati hanno occupato l'ultima posizione degli insorti. Oggi la lotta è finita. Ordine, lavoro e sicurezza rinasceranno".
Le rappresaglie iniziarono a moltiplicarsi. Aver appoggiato la Comune in qualsiasi modo venne dichiarato un crimine del quale migliaia potevano essere, e vennero, accusati. Alcuni dei Comunardi vennero fucilati contro quello che è oggi noto come Muro dei Comunardi nel cimitero di Père Lachaise, mentre altre migliaia vennero condotte a Versailles per essere processate. Pochi Comunardi sfuggirono, principalmente attraverso le linee prussiane a nord. Per molti giorni colonne infinite di uomini, donne e bambini condussero un doloroso viaggio, sotto scorta militare, verso le aree temporanee di prigionia di Versailles. In seguito vennero processati; alcuni vennero giustiziati, molti furono condannati ai lavori forzati; molti di più vennero deportati per lunghi periodi o per tutta la vita in isole francesi dell'Oceano Pacifico virtualmente disabitate. Il numero di uccisioni durante La Semaine Sanglante non potrà mai essere stabilito con certezza, ma le stime più basse parlano di 30.000 morti, molti più feriti, e forse fino a 50.000 tra giustiziati ed imprigionati in seguito. 7.000 furono gli esiliati in Nuova Caledonia. Per gli imprigionati ci fu un'amnistia generale nel 1889.
Parigi rimase sottoposta a legge marziale per cinque anni.
cittadini benestanti di Parigi, e molti dei primi storici della Comune, la videro come un classico esempio di governo delle masse, terrificante e allo stesso tempo inspiegabile. La maggior parte degli storici successivi, anche quelli di destra, hanno riconosciuto il valore di alcune delle riforme della Comune e deplorato il modo selvaggio con cui venne repressa. Comunque, hanno trovato difficile spiegare l'odio senza precedenti che la Comune suscitò nei ceti medio-alti.
Da sinistra, ci sono stati molti che hanno criticato la Comune per aver mostrato troppa moderazione, in particolare considerando la difficile situazione in cui si trovava. Karl Marx ritenne grave il fatto che i Comunardi "persero momenti preziosi" per organizzare elezioni democratiche, invece di farla finita con Versailles una volta per tutte. La Banca Nazionale di Francia, con sede a Parigi e che conservava miliardi di franchi, venne lasciata intatta e non sorvegliata dai Comunardi. Essi chiesero timidamente di avere dei prestiti dalla banca (che vennero loro concessi senza esitazioni). I Comunardi scelsero di non impossessarsi dei beni della banca perché temevano che il mondo li avrebbe condannati se lo avessero fatto. Queste grandi quantità di denaro vennero trasferite da Parigi a Versailles e finanziarono l'esercito che schiacciò la Comune.
Comunisti, socialisti di sinistra, anarchici e altri, videro la Comune come modello, o prefigurazione, di una società liberata, con un sistema politico basato sulla democrazia partecipativa dal basso. Marx e Engels, Bakunin, e successivamente Lenin e Leon Trotsky, cercarono di trarre un'importante lezione teorica (in particolare riguardo allo "smantellamento dello stato") dalla limitata esperienza della Comune. Una lezione più pragmatica fu quella ricavata dal diarista Edmond de Goncourt, che scrisse, tre giorni dopo La Semaine sanglante, "...lo spargimento di sangue è stato condotto intensamente, ed è stato di tale portata, con l'uccisione della parte ribelle della popolazione, da rimandare la prossima rivoluzione... La vecchia società ha davanti vent'anni di pace..."
La Comune di Parigi è stata oggetto di ammirazione per molti leader comunisti. Mao vi avrebbe fatto spesso riferimento. Lenin, come Marx, giudicava la Comune un esempio vivente della dittatura del proletariato. Ai suoi funerali il suo corpo venne avvolto nei resti di una bandiera rossa usata dalla Comune. La navetta spaziale sovietica Voskhod 1 portò a bordo parte di un vessillo della Comune per scopi propagandistici. Inoltre, i bolscevichi ribattezzarono la nave da guerra Sevastopol in Parizhskaya Kommuna in onore della Comune.
La Prima Internazionale si era sciolta, la Comune di Parigi era finita in un bagno di sangue ... sembrava che per i movimenti rivoluzionari la partita fosse già finita. In realtà era finito solo il "primo tempo", il secondo invece si sarebbe giocato in Russia alcuni decenni dopo e avrebbe avuto un esito molto diverso. La prossima lezione : "Lenin, il Bolscevismo e la rivoluzione"

Lezione 5: Lenin e la Rivoluzione

Premetto che nei giorni prossimi mi riserverò il diritto di far notare alcune imprecisioni contenute nel corso di sua maestà a proposito di Lenin.
Vladimir Il'ic Ul'janov detto Lenin (Simbirsk, 22 aprile 1870 - Gorkij, 21 gennaio 1924) fu un uomo politico russo, rivoluzionario comunista, leader del partito bolscevico, Primo ministro dell'Unione Sovietica e principale teorico del leninismo, che descrisse come l'applicazione del marxismo all'"era dell'imperialismo."
Quando, nella primavera del 1893, si trasferisce a San Pietroburgo, la sua formazione politica è delineata: nel suo primo scritto, terminato nel 1893 ma pubblicato solo nel 1923, Nuovi spostamenti economici nella vita contadina, si occupa della obstcina, la tradizionale comunità rurale, di origine feudale, dei villaggi russi, osservando che in essa si producono differenze di classe, in quanto una piccola minoranza riesce ad accumulare progressivamente una maggiore quantità di terra mentre la maggioranza dei contadini s’impoverisce; questi ultimi, costretti al lavoro salariato nelle proprietà dei contadini più ricchi, acquisiscono in compenso mezzi monetari a loro prima sconosciuti, favorendo così la disgregazione dell’economia naturale della comunità e il sorgere di una economia di mercato, base del capitalismo.
La sua analisi è una polemica contro le tesi dei populisti, che esaltano la comunità primitiva russa, ritenuta una società di eguali e contrapposta alle forme economiche capitalistiche, produttrici di disuguaglianze, senza avvedersi delle trasformazioni in senso capitalistico che anche in essa sono ormai operanti.

Nel 1894 scrive il breve saggio "Che cosa sono 'Gli amici del popolo' e come lottano contro i socialdemocratici", dove esalta la superiorità scientifica del marxismo rimproverando i populisti di soggettivismo sociologico: “Le condizioni storiche che avevano dato ai nostri soggettivisti il materiale per la loro teoria consistevano e consistono tuttora in rapporti antagonistici e hanno generato l’espropriazione del produttore [cioè la trasformazione del piccolo contadino e dell’artigiano in lavoratore salariato]. Non riuscendo a capire questi rapporti antagonistici, non riuscendo a trovare in essi elementi sociali che possano riscuotere l’adesione degli individui isolati, i soggettivisti si sono limitati a costruire teorie che consolino questi individui isolati, affermando che in realtà la storia è stata fatta da loro”.
Nel marzo 1902, Lenin pubblica presso l'editore Dietz di Stoccarda il saggio Che fare?, composto dal maggio 1901 al febbraio 1902. Nel Che fare?, che riprende il titolo di un romanzo dello scrittore russo Nikolai Chernyshevsky che aveva affascinato piu' di una generazione di rivoluzionari russi, Lenin polemizza contro gli economicisti, per i quali "gli operai debbono condurre una lotta economica... che abbraccia anche la politica specificamente operaia, gli intellettuali marxisti fondersi con i liberali per la lotta politica"; in questo modo finiscono per negare la funzione del partito rivoluzionario. Negli anni Novanta ci fu una notevole estensione di scioperi spontanei: "Presi per sé, questi scioperi costituivano una lotta tradunionistica, ma non ancora socialdemocratica; annunciavano il risveglio dell’antagonismo tra operai e padroni, ma gli operai non avevano e non potevano avere ancora la coscienza dell’irriducibile antagonismo fra i loro interessi e tutto l’ordinamento politico e sociale contemporaneo, cioè la coscienza socialdemocratica. Gli scioperi della fine del secolo…restavano un movimento puramente spontaneo". La classe operaia, lasciata sola di fronte alle proprie condizioni, non supera i limiti dell’economicismo, del sindacalismo, non mette in discussione il sistema economico e sociale e resta succube della borghesia.
La coscienza politica socialista è la comprensione del rapporto che lega il capitalista all’ordinamento economico, alle istituzioni politiche e allo Stato. E’ illusorio credere di poter combattere il proprio avversario di classe senza combattere l’ordinamento che lo difende e di cui è espressione. Per questo non bastano i sindacati ma è necessario un partito: "La socialdemocrazia rivoluzionaria ha sempre compreso nella propria azione la lotta per le riforme... ma anche e innanzi tutto la soppressione del regime autocratico". Il pensiero politico socialista non è nato in conseguenza delle lotte economiche operaie ma fu lo sviluppo del pensiero di intellettuali rivoluzionari: "La coscienza politica di classe può essere portata all’operaio solo dall’esterno, cioè dall’esterno delle lotte economiche, della sfera dei rapporti fra operai e padroni. Il solo campo dal quale è possibile raggiungere questa coscienza è il campo dei rapporti di tutte le classi, di tutti gli strati della popolazione con lo Stato e il governo, il campo dei rapporti reciproci di tutte le classi".
Le conseguenza di una grave carestia e la sconfitta nella guerra contro il Giappone mostrano l'inefficienza e la corruzione dell'autocrazia zarista: il 22 gennaio 1905 una dimostrazione popolare a Mosca viene repressa nel sangue dai cosacchi. Si ammutina la guarnigione di marina a Kronstadt, nel Mare del Nord, la corazzata Potemkin nel Mar Nero e si estendono scioperi e manifestazioni; si costituiscono per la prima volta i Soviet, consigli di delegati delle forze produttive del Paese. Nel novembre Lenin giunge a Pietroburgo, clandestinamente, sotto il nome di Karpov, e si rende conto del prossimo fallimento della rivoluzione; nel dicembre, al congresso del partito in Finlandia, chiede che i bolscevichi agiscano in piena autonomia dalle altre forze di opposizione al regime zarista.

Per la prima volta Stalin incontra Lenin: scriverà che, conoscendolo solo di fama, si era aspettato di vedere un gigante e quando vide che Lenin era un uomo perfettamente normale, ne restò deluso. Nel gennaio 1906 Lenin è a Mosca, per contrastare le elezioni del parlamento russo, la Duma, che considera manipolata dalle forze politiche reazionarie.
Ai primi del 1907 lo zarismo restaura pienamente l'autocrazia sciogliendo la Duma. Riflettendo sugli insegnamenti della fallita rivoluzione, Lenin afferma che il proletariato "deve sostenere qualunque borghesia, anche la peggiore, nella misura in cui lotti concretamente contro lo zarismo". La rivoluzione del 1905 fallì perché la borghesia russa, troppo debole ancora rispetto allo zarismo, non cercò il potere democratico, ma solo un accordo con l’autocrazia, perché era troppo forte, in essa, il timore di aprire la strada a una rivoluzione proletaria.
Dal 1912 al 1916 studia il fenomeno dell'imperialismo. Già il socialdemocratico austriaco Hilferding nel suo Il capitale finanziario, nel 1909 aveva individuato nella formazione del capitale finanziario - fusione di capitale bancario e industriale - la premessa delle politiche imperialistiche. Lenin gli rimprovera di trascurare la divisione del mercato mondiale operata dai trusts internazionali e la formazione di una classe parassitaria di possessori di reddito azionario:

"...il capitalismo ha la proprietà di staccare il possesso del capitale dal suo impiego nella produzione, il capitale liquido dal capitale industriale e produttivo, di separare il 'rentier', che vive soltanto del profitto tratto dal capitale liquido, dall'imprenditore... l'imperialismo, cioè l'egemonia del capitale finanziario, è lo stadio supremo del capitalismo in cui tale separazione assume le maggiori dimensioni".
Ne sono conseguenze i diversi fenomeni speculativi, finanziari, di Borsa, dei terreni, immobiliari. Se la forma dominante del capitale non è più quella industriale ma finanziaria, se

"per il vecchio capitalismo, sotto il pieno dominio della libera concorrenza, era caratteristica l'esportazione di merci, per il nuovo capitalismo, sotto il dominio dei monopoli, è caratteristica l'esportazione del capitale... la necessità dell'esportazione di capitale è determinata dal fatto che in alcuni paesi il capitalismo è diventato più che maturo e al capitale... non rimane più un campo di investimento redditizio ".
In questa fase, secondo la visione leniniana, si mostra più palesemente il carattere antisociale e l'irrazionalità del capitalismo e la conflittualità che esso provoca fra la sua necessità di profitto e i bisogni sociali della popolazione. Si può riassumere la definizione leniniana di imperialismo come "capitalismo giunto alla fase dello sviluppo in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, ha acquisito grande importanza l'esportazione dei capitali, è iniziata la divisione del mondo fra i trust internazionali e i maggiori paesi capitalistici si sono divisi l'intera superficie terrestre"
Allo scoppio della prima guerra mondiale, i partiti socialisti francese e tedesco votano i crediti di guerra, sostenendo lo sforzo bellico dei rispettivi governi; Lenin denuncia il fallimento della Seconda Internazionale che ha tradito lo spirito dell’internazionalismo: nelle conferenze di Zimmerwald, nel 1915, e di Kienthal, nel 1916, sostiene la necessità di trasformare la guerra, che definisce imperialista, in rivoluzione. Fra le parti in guerra non c’è differenza; il significato di nazionale che ogni borghesia cerca di attribuire alla propria guerra, nasconde il reale contenuto di rapina: "La Germania si batte non per liberare ma per opprimere le nazioni. Non è compito dei socialisti aiutare il brigante più giovane e forte a depredare i briganti più vecchi e nutriti”.

Si può distinguere tra guerra giusta e ingiusta: indipendentemente da colui che attacca per primo, è aggressore colui che opprime; se l’oppresso lotta contro l’oppressore, conduce una guerra giusta. La parola d’ordine della difesa della patria è legittima e progressista in caso di guerra di liberazione nazionale ma è reazionaria nel caso di guerra imperialista. "Il periodo dal 1789 al 1871 fu l’epoca di un capitalismo progressivo in cui l’abbattimento del feudalesimo, dell’assolutismo e la liberazione dal giogo straniero erano all’ordine del giorno della storia. Su questa unica base, si poteva ammettere la ‘difesa della patria’, cioè la lotta contro l’oppressione. Oggi si potrebbe ancora applicare questa concezione in una guerra contro le grandi potenze imperialistiche, ma sarebbe assurdo applicarla in una guerra fra queste grandi potenze, in cui si tratta di sapere chi saprà spogliare meglio i paesi balcanici, l’Asia minore ecc... una classe rivoluzionaria non può, durante una guerra reazionaria, che augurarsi la sconfitta del proprio governo... la rivoluzione in tempo di guerra è la guerra civile; la trasformazione della guerra dei governi in guerra civile è facilitata dalla sconfitta di questi governi..."
Quando scoppia la Rivoluzione in Russia nel febbraio del 1917 Lenin è ancora esule in Svizzera. Rientrato a Pietroburgo, ribattezzata Pietrogrado all’inizio della guerra, nelle "Tesi di Aprile" traccia per i bolscevichi un programma in 10 punti:

"1... la guerra... rimane incontestabilmente una guerra imperialistica di brigantaggio, in forza del carattere capitalistico di questo governo, non è ammissibile la benché minima concessione al "difensismo rivoluzionario"... Data l'innegabile buona fede di larghi strati dei rappresentanti delle masse favorevoli al difensismo rivoluzionario, che accettano la guerra come una necessità e non per spirito di conquista, e poiché essi sono ingannati dalla borghesia, bisogna spiegar loro con particolare cura, ostinazione e pazienza, l'errore in cui cadono, svelando il legame indissolubile esistente fra il capitale e la guerra imperialistica, dimostrando che è impossibile metter fine alla guerra con una pace veramente democratica, e non imposta con la forza, senza abbattere il capitale. Organizzare la propaganda più ampia di questa posizione nell'esercito combattente. Fraternizzare.

2. L'originalità dell'attuale momento in Russia consiste nel passaggio dalla prima fase della rivoluzione, che ha dato il potere alla borghesia a causa dell'insufficiente grado di coscienza e di organizzazione del proletariato, alla sua seconda fase, che deve dare il potere al proletariato e agli strati poveri dei contadini...

3. Non appoggiare in alcun modo il Governo provvisorio, dimostrare la completa falsità di tutte le sue promesse, soprattutto di quelle concernenti la rinuncia alle annessioni. Smascherare questo governo, invece di "rivendicare" - ciò che è inammissibile e semina illusioni - che esso, governo di capitalisti, cessi di essere imperialistico.

4. Riconoscere che il nostro partito è in minoranza... nella maggior parte dei Soviet dei deputati operai, di fronte al blocco di tutti gli elementi opportunistici piccolo-borghesi... Spiegare alle masse che i Soviet dei deputati operai sono l'unica forma possibile di governo rivoluzionario... svolgeremo un'opera di critica e di spiegazione degli errori, sostenendo in pari tempo la necessità del passaggio di tutto il potere statale ai Soviet dei deputati operai...

5. Niente repubblica parlamentare - ritornare ad essa dopo i Soviet dei deputati operai sarebbe un passo indietro - ma Repubblica dei Soviet di deputati degli operai, dei salariati agricoli e dei contadini in tutto il paese, dal basso in alto. Sopprimere la polizia, l'esercito e il corpo dei funzionari. Lo stipendio dei funzionari - tutti eleggibili e revocabili in qualsiasi momento - non deve superare il salario medio di un buon operaio...

6. Nel programma agrario spostare il centro di gravità sui Soviet dei deputati dei salariati agricoli. Confiscare tutte le grandi proprietà fondiarie. Nazionalizzare tutte le terre del paese e metterle a disposizione di Soviet locali di deputati dei salariati agricoli e dei contadini. Costituire i Soviet dei deputati dei contadini poveri...

7. Fusione immediata di tutte le banche del paese in un'unica banca nazionale, posta sotto il controllo dei Soviet dei deputati operai.

8. Il nostro compito immediato non è l'"instaurazione" del socialismo, ma, per ora, soltanto il passaggio al controllo della produzione sociale e della ripartizione dei prodotti da parte dei Soviet dei deputati operai.

9. Compiti del partito: convocare immediatamente il congresso del partito; modificare il programma del partito, principalmente: sull'imperialismo e sulla guerra imperialistica; sull'atteggiamento verso lo Stato e sulla nostra rivendicazione dello "Stato-Comune"; emendare il programma minimo, ormai invecchiato; cambiare il nome del partito.

10. Rinnovare l'Internazionale..."

In luglio, a Pietrogrado, una manifestazione di centinaia di migliaia di bolscevichi si conclude con gravi incidenti e Lenin, accusato con altri dirigenti di aver organizzato una sommossa, per evitare l’arresto si nasconde in Finlandia, allora regione dell’Impero russo, dove compone l’opera Stato e Rivoluzione, prospettando le linee di una futura società socialista.

Rientrato clandestinamente a Pietrogrado, prepara la rivoluzione: il 25 ottobre (7 novembre) 1917, le guardie rosse, milizie operaie bolsceviche, e forze militari passate dalla parte dei bolscevichi occupano il Palazzo d’Inverno, sede del governo di Kerenskij, il quale fugge su un’automobile dell’ambasciata americana.

La sera del giorno dopo Lenin, nel palazzo dello Smolnij, la sede del Comitato esecutivo dei Soviet, legge i decreti sulla pace, che prevedono trattative immediate, senza annessioni e indennità e sull'abolizione della proprietà privata della terra; il menscevico Nikolaj Sukhanov, contrario a quella svolta che considera prematura e dannosa, e che scriverà la cronaca di tutte le giornate della Rivoluzione, descrive così quella serata: "Alle lunghe ovazioni seguì il canto dell'Internazionale. Di nuovo acclamarono Lenin, di nuovo urrà e berretti in aria. Venne intonata la marcia funebre in memoria delle vittime della guerra. Poi ancora evviva... Tutta la presidenza, con alla testa Lenin, si levò in piedi e cominciò a cantare: i volti erano eccitati e ispirati, gli occhi ardenti. Ma ancor più interessante era la massa dei delegati: il suo stato d'animo cominciò a migliorare. L'insurrezione si era svolta in modo tanto facile e inaspettato!... La coscienza del successo si diffuse e si cominciò a ragionare sui suoi risultati. Le masse furono pervase dalla fiducia che tutto sarebbe andato per il meglio anche in seguito. Cominciarono a credere che la pace, la terra, il pane fossero ormai vicini..."

Lenin trovò una Rolls Royce nel garage dello zar e decise di usarla come auto ufficiale quando si doveva muovere per motivi istituzionali.

Lezione 6: Dopo Lenin: LA faida tra Stalinismo e Trotzkysmo

Il 21 gennaio 1924 Lenin muore, dopo solo 7 anni dalla presa di potere.
Il suo pensiero politico si poteva riassumere brevemente : nel pensiero di Lenin è l'idea di partito. Lenin sosteneva che il proletariato potesse aspirare ad una rivoluzione per mezzo degli sforzi di un partito comunista che si assumesse il ruolo di "avanguardia rivoluzionaria". Secondo la teoria leninista inoltre, all'inizio del XX secolo le grandi potenze capitaliste avevano ormai terminato di spartirsi l'intera superficie del pianeta colonizzando le regioni economicamente più arretrate. L'imperialismo moderno rappresentava una nuova (e "suprema") fase del capitalismo, caratterizzata dalla contraddizione tra Paesi coloniali e Paesi imperialisti e dalla creazione in questi ultimi di un blocco di potere politico-economico-militare dato dalla fusione del capitale industriale e finanziario con l'apparato dello Stato. Nella visione leninista, il processo rivoluzionario che deve condurre all'instaurazione di una repubblica socialista mondiale (di cui l'URSS avrebbe rappresentato il primo embrione) e ha dunque un carattere internazionale. In effetti per Lenin è proprio la maturazione delle condizioni per l'abbattimento del capitalismo a livello globale che rendono possibile la rivoluzione sociale anche in un Paese arretrato come la Russia, "l'anello più debole della catena imperialista mondiale"; questa posizione mette il leninismo in contrapposizione con un certo preteso "marxismo ortodosso" che restava rigidamente aderente alla previsione marxiana secondo cui la rivoluzione si sarebbe avviata nei Paesi più progrediti dell'Europa occidentale (in realtà lo stesso Marx valutò in alcuni scritti la possibilità che la Russia arrivasse ad una rivoluzione comunista prima dell'Occidente).
Alla morte di Lenin due figure apparirono come i suoi delfini possibili : Trotzky e Stalin.
Trotzky proponeva di instaurare in Urss una "rivoluzione permanente" che avrebbe resto la nazione più simile ad un "laboratorio di esportazione della rivoluzione" che ad uno stato nel senso classico del termine.
Stalin invece coniò la famosa frase : "Il socialismo in un solo paese", desideranno trasformare l'Urss in uno stato centralizzato e forte prima di pensare all'esportazione della rivoluzione.
Trotzky era un convinto sostenitore della gestione del potere economico da parte delle assemblee autogestite dei lavoratori.
Stalin invece era un rigido centralizzatore, la cui idea di supervisione dall'alto dell'economia avrebbe portato ai "piani quinquennali".
Trotzky difesa dai banchi del parlamento sovietico il diritto degli estremisti al dissenso.
Stalin invece era convinto che l'accentramento economico non potesse rinunciare all'accentramento politico ed al controllo forte di ogni attività sociale.
Trotzky teorizzava uno stato socialista come autogestito dal basso tramite rappresentanze mentre Stalin poneva al centro di tutto il partito, organizzatore di ogni singolo aspetto della vita pubblica.
Il Comunismo Marxista è un Comunismo esclusivamente filosofico, in quanto Marx non riuscì mai a realizzare direttamente e concretamente le sue teorie.
Lenin mette in pratica il Marxismo, ma come vedremo tra le teorie filosofiche di Marx e la concretizzazione reale cambia molto : Lenin quindi pur seguendo le filosofie di Marx non riuscirà a metterle realmente in pratica; il Comunismo di Lenin è quindi Socialismo reale, il Leninismo.
Trotsky era l'erde di Lenin dal punto di vista politico ? Non possiamo saperlo perchè non riuscirà mai ad esserne il continuatore in quanto come sappiamo sarà Stalin ad andare al potere (e sul fatto che lo stalinismo è erede del leninismo la questione è ormai filosofica, che scrive ritiene di no, per motivi che abbiamo visto e che vedremo).
Concetto principale della teoria trotzkysta era l'idea dell'espansione della rivoluzione socialista in tutto il mondo, sull'esempio di quella sovietica del 1917. La sua idea di rivoluzione permanente era contrapposta a quella dell'altro candidato alla successione di Lenin, Stalin, che sosteneva, invece, il rafforzamento del comunismo in un solo paese, l'Unione Sovietica, appunto.
Nella teoria politica trotzkysta uno stato proletario degenerato è uno stato nel quale il governo politico della borghesia è stato rovesciato attraverso la rivoluzione sociale ma ha subito un processo di degenerazione burocratica che ha portato all'usurpazione politica del proletariato da parte di una casta di burocrati. Anche se questa concezione è nota grazie agli scritti di Lev Trotzky, la sua prima formulazione si deve a Lenin.
Gli stati sono stati proletari perché sono passati attraverso una rivoluzione ed hanno un economia socialista ma sono degenerati perché l'economia e il governo non sono controllati dal popolo. I trotzkysti considerano i burocrati stalinisti come uno strato parassitico privilegiato di amministratori, che possiedono una natura contraddittoria.
Stalin (Georgiano, ex seminarista) pensava di appoggiare il governo borghese provvisorio del Febbraio 1917 ma in seguito all'arrivo di Lenin ne sposa le tesi di accentramento del potere nelle mani dei Soviet. Abbastanza defilato durante la rivoluzione vera e propria, torna in auge durante la guerra civile. Nel 1922 inizia la sua ascesa ai vertici del partito. La morte di Lenin oppone "l’internazionalista" Trorzky al burocrate Stalin, partigiano "del socialismo in un solo paese", il quale ha la meglio.
Stalin è un punto di rottura forte : certamente si rifà a principi basilari del Marxismo, ma ha caratteristiche molto diverse. Lo Stalinismo si caratterizza per un forte senso nazionalista e patriottico, il militarismo, l'esaltazzione del ruolo della razza Slava (cosa che lo accumunerà all'ideologia del moderno "socialista" Milosevic), l'antisemitismo (e vorrei ricordare che Marx, Lenin, Trotsky ma anche molti dei vecchi e primi comunisti erano ebrei).
Iniziano le epurazioni, poi l’esilio di Trotzky, la liquidazione delle opposizioni e una serie di persecuzioni con connotati decisamente criminali.
Stalin sciolse nel 1943 la Terza Internazionale (fondata da Lenin e, nota anche come Comintern, nata per espandere nel mondo la rivoluzione socialista) per evitare la paura negli alleati occidentali di una "ondata rivoluzionaria" in previsione della divisione del mondo in sfere di influenze (Yalta, appena due anni dopo), Trotzky già nel 1938 invece fondò la Quarta Internazionale (considerando ormai l'Urss non un vero stato socialista) che sopravvive ancora oggi.
Stalin lascerà soffocare nel sangue la rivolta dei comunisti greci al termine della seconda guerra mondiale (che contavano sul suo aiuto) perchè la Grecia era stata affidata alla sfera d'influenza occidentale.
Al contrario la Quarta Internazionale parlerà di sostenere la lotta rivoluzionaria in tutto il mondo.
Stalin porterà il suo comunismo nell'Europa dell'est coi patti internazionali con le grandi potenze capitaliste e lo manterrà grazie all'Armata Rossa mentre la Quarta Internazionale continuerà a propugnare l'idea della presa di potere tramite la rivoluzione popolare (da notare che l'Armata Rossa venne fondata da Trotzky su principi meritocratici rivoluzionari per l'epoca, nel 1946 Stalin ne cambiò nome in "armata sovietica" per rimarcare il fatto che non era, come nelle intenzioni di Trotzky, l'armata di tutti i comunisti nel mondo ma solo l'armata dell'Urss).
In attesa della prossimo lezione (in cui analizzeremo la nascita del concetto di destra sociale, l'ideazione del fascismo e del nazionalsocialismo e l'influenze che il socialismo marxista ebbe in ciò) attendo come sempre le domande.

Lezione 7: La nascita della Destra Sociale: il Fascismo

Fin ad ora abbiamo analizzato il peso che Marx ha avuto nell'evoluzione della sinistra ma per la destra ? E' possibile che Marx abbia indirettamente influenzato anche questa ? La risposta è : sicuramente si.
Fino agli anni '20 del XX secolo la destra era sempre rimasta "destra storica", ovvero un insieme di liberali, nazionalisti, conservatori e filo-clericali. L'idea di una destra "sociale" o "popolare" era lungi dal venire.
Nel 1919 tuttavia l'ex direttore del giornale socialista Avanti! fondò un nuovo movimento : i Fasci di Combattimento, il suo nome era Benito Mussolini.
Mussolini era stato militante socialista di grossissimo livello, fervente ateo (ripetè pubblicamente più volte di non credere in Dio), aveva fatto la campagna contro la guerra in Libia ed aveva dichiarato in un suo celebre discorso che "La patria è una finzione che ha già fatto il suo tempo".
Il divorzio fra Mussolini ed il partito socialista avvenne perchè Mussolini era favorevole all'intervento italiano nella prima guerra mondiale, fu questo il primo atto che lo separò dal marxismo (il partito socialista italiano di allora era dichiaratamente marxista, il partito comunista non esisteva ancora). Furono tuttavia anche altri i sindacalisti, gli attivisti per i diritti dei lavoratori e gli intellettuali che appoggiarono la guerra : fu in quel momento che per la prima volta si iniziò a pensare che le rivendicazioni sociali tipiche della sinistra storica e del socialismo potessero essere unite allo spirito patriottico.
I Fasci di Combattimento (che utilizzavano come simbolo il fascio repubblicano, già simbolo di molte sezioni socialiste) non si dichiaravano nè di destra nè di sinistra ma il loro programma era molto audace :
Il programma chiedeva il Suffragio universale con voto ed eleggibilità per le donne, il minimo di età per gli elettori abbassato, la formazione di Consigli Nazionali tecnici (del lavoro, dell'industria, dei trasporti, dell'igiene sociale, delle comunicazioni, ecc.) eletti dalle collettività professionali o di mestiere, con poteri legislativi con diritto di eleggere un Commissario Generale con poteri di Ministro, l'aumento dei salari, la diminuzione delle ore di lavoro, l'abbassamento dell'età per la pensione, la partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori al funzionamento tecnico dell'industria, l'affidamento alle stesse organizzazioni proletarie della gestione di industrie o servizi pubblici, la nazionalizzazione di tutte le fabbriche di armi e di esplosivi, una forte imposta straordinaria sul capitale a carattere progressivo, che abbia la forma di vera espropriazione parziale di tutte le ricchezze, ed il sequestro di tutti i beni delle congregazioni religiose e l'abolizione di tutte le mense Vescovili.
Come si può ben vedere è un programma di forte stampo socialista, indubbiamente di sinistra. Fu con esso che si iniziarono a sentire termini come "destra sociale", "socialismo nazionale" o "nazional-rivoluzionari".
Essendo questo un corso di carattere sociologico e non politico-storico non entrerò nel merito della questione se Mussolini volesse davvero coniugare socialismo e patriottismo o se la sua fosse solo una mossa demagogica. Stà di fatto che dal 1919 (data di fondazione dei Fasci) fino al 1922 (data della sua presa di potere) egli fomenta lo squadrismo delle camice nere in tutta la penisola, specie delle regioni rosse (Toscana ed Emilia-Romagna). A questo punto la storia ha due intepretazioni che, per dovere di cronaca, riporto :

A) Mussolini assaltò associazioni operaie, sedi di giornali o di partito e case del popolo perchè all'epoca il neonato partito comunista ed una parte di quello socialista volevano esportare in Italia la rivoluzione bolscevica che da pochissimo era avvenuta in Russia.
B) Mussolini assaltò associazioni operaie, sedi di giornali o di partito e case del popolo perchè cercava l'appoggio della grande industria contro i lavoratori.

Senza dare giudizi è tuttavia certo che in molti casi le camice nere poterono usufruire dell'aiuto dei grandi propietari sia per i mezzi (armi, automezzi, benzina, ecc) sia a livello legale (la percentuale delle operazioni squadriste represse dalla legge fu inferiore al 5 %).
Nel 1922 Mussolini riceve dal re l'incarico di formare il nuovo governo, ci vorranno però circa altri 3 anni per la creazione della dittatura propria. A partire dal '22 tuttavia i Fasci vengono trasformati in Partito Nazionale Fascista ed in questa nuova forma perde parte del suo carattere rivoluzionario : il motto ufficiale del regime diventa "Dio, Patria, Famiglia" e la religione cattolica diventa religione ufficiale italiana con le preghiere obbligatorie nelle scuole, i sindacati vengono soppresse e sostituite da associazioni statali, la vita degli italiani viene organizzata anche nel tempo libero con la creazione delle associazioni di dopo-lavoro o di dopo-scuola, cessa la libertà di stampa e di parola alla radio.
Allo stesso tempo istituisce la cassa malattie per i lavoratori, l'opera nazionale per le ragazze madri, la rappresentanza dei lavoratori sul posto di lavoro tramite l'istituzione delle Corporazioni (anche se la discussione se questi rappresentanti avessero peso o meno è ancora oggetto di dubbi), l'opera nazionale orfani di guerra, la diminuzione delle ore di lavoro settimanali, l'esenzione tributaria per le famiglie numerose, la fondazione di numerose città e la bonifica dell'Agro Pontino, l'internazionalismo socialista diventa nazionalismo tipico della destra storica e lo stesso Mussolini che lottò contro la guerra in Libia approverà l'invasione dell'Etiopia in cui furono usati anche gas velenosi messi al bando dalla comunità internazionale.
Nel 1943 il gran consiglio del fascismo esautora Mussolini dal suo incarico e poco dopo egli viene imprigionato, liberato dai tedeschi si rifugia nel centro-nord d'Italia (occupato militarmente dai nazisti) dove forma la Repubblica Sociale Italiana o Repubblica di Salò. Qui promulga una serie di nuove leggi che sembrano in qualche modo tornare allo spirito origionario dei Fasci del '19 ed anche qui ci sono due diverse scuole di pensiero :

A) Mussolini, finalmente libero dalle ingerenze conservatrici del clero, della nobiltà, del re e della grande industria, potè dar sfogo alla sua vena filo-popolare repressa dal '22.
B) Mussolini (per recuperare la credibilità ed appoggio popolare che la guerra gli aveva fatto perdere) dovette tornare alla sua politica estremamente sociale dei primi anni.

Stà di fatto che l'Rsi (che Mussolini avrebbe voluto chiamare addirittura "repubblica socialista italiana") ebbe fra i suoi membri anche Bombacci, uno dei fondatori del partito comunista italiano, convertito in extremis dalle tesi della nuova repubblica.
Fra le nuove riforme ci fu principalmente la socializzazione, la riforma secondo cui in ogni posto di lavoro i lavoratori avrebbero una rappresentanza direttamente eletta da loro che avrebbe discusso con il datore di lavoro di qualunque aspetto dell'ambito lavorativo.
Per l’11 gennaio ’44 il programma sintetico della socializzazione era pronto. Seguirono altri documenti, il più importante dei quali fu un decreto (Decreto Legge sulla Socializzazione) approvato il 12 febbraio 1944, in quarantacinque articoli, che definì con maggiore precisione la desiderata nuova forma dell’economia di Salò, nella quale sarebbero stati fondamentali i seguenti istituti:

1) possibilità, per le aziende che estraevano materie prime, producevano energia o che erano impegnate in altri settori importanti per l’indipendenza dello Stato, di essere acquisite alla proprietà di quest’ultimo;
2) consigli di gestione che deliberassero sull’organizzazione della produzione e la ripartizione degli utili;
3) consigli di amministrazione formati da rappresentanti degli azionisti e dei lavoratori;
4) responsabilità personale dei dirigenti d’impresa di fronte allo stato;
5) nuove regole sulle nomine dei sindacalisti, dei commissari governativi e sui compiti di un nuovo ente pubblico, l’Istituto di gestione finanziamento.

Le reazioni al decreto furono quelle che chiunque avrebbe potuto prevedere : gli industriali italiani erano naturalmente, fisiologicamente ostili a una riforma così vasta e così drastica che avrebbe sensibilmente ridotto il loro enorme potere; ma non lo diedero a vedere ed a parole sostennero invece l’utilità del programma. Le autorità tedesche, civili e militari, videro nella riforma un possibile intralcio alle loro requisizioni (il mutamento di assetto poteva provocare riduzioni nelle quantità prodotte) e protestarono ufficialmente, riservandosi la facoltà di impedire l’applicazione del decreto.
La risposta più sincera, ed anche più forte, provenne dal mondo del lavoro : dal 1° marzo gli operai (compresi, al gran completo, quelli della Fiat) entrarono in sciopero. Le ragioni della protesta erano molte : gli scarsi salari, le pessime condizioni di vita, l’umiliazione di dover lavorare sotto la minaccia delle armi tedesche, ma lo sciopero fu anche una reazione a quel programma di socializzazione che gli operai, tra i quali vi erano molti agenti di indottrinamento del PCI che tentavano di preparare il campo per quello che sarebbe stato il dopoguerra. Lo sciopero si esaurì da sé nel giro di una settimana, senza ritorsioni da parte dei Tedeschi, anche se Hitler, per rappresaglia, avrebbe voluto far deportare in Germania il 20% degli operai.
Una settimana di produzione industriale ridotta agli sgoccioli rese gli occupanti ancora più ostili al progetto di Mussolini e la socializzazione, rifiutata dai lavoratori quanto dai capitalisti, finì per essere applicata solo da poche aziende di nessuna importanza per la produzione bellica.
Tuttavia una spaccatura in seno al movimento fascista era nata ed ancora oggi non è stata mai sanata, dal dopoguerra fino ad oggi partiti e movimenti extraparlamentari dell'estrema destra si sono divisi (ideologicamente e logisticamente) su temi quali : corporativismo o socializzazione ? monarchia o repubblica ? filo-nazisti o ideologicamente indipendenti ? filo-cattolici o eticamente laici ? cristiani o pagani come molti neo-nazisti ? nessun tipo di razzismo, razzismo biologico tipico del ventennio o razzismo spirituale codificato dal filosofo fascista Julius Evola ? interessarsi solo del destino d'Italia o progetto di Europa nazione ? colonialismo o "ogni nazione al suo popolo" ? appoggio alla razza bianca o "niente razzismo basta che ognuno stia a casa sua" ? supporto all'esercito ed alle forze dell'ordine oppure ribellione a questa nuova Italia antifascista ? Ebrei amici o nemici ? Islam minaccia per l'occidente o alleato contro il capitalismo americano ? legge ed ordine oppure "oggi nel ribelle vive l'uomo sano" ?
Nel 1956 un noto esponente dell'estrema destra italiana, Pino Rauti, lasciò l'Msi (l'unico partito d'estrema destra allora esistente) accusandolo di essere troppo filo-governativo e fondò una famosa organizzazione : Ordine Nuovo. Da allora la frammentazione in più partiti è divenuta una prassi ben nota nell'estrema destra e causata dalle differenze ideologiche sopra elencate, ad Ordine Nuovo seguirono Avanguardia Nazionale, Terza Posizione, i Nuclei Armati Rivoluzionari e tanti altri gruppi. A tutt'oggi in Italia si contano 5 partiti d'estrema destra (Fiamma Tricolore, Forza Nuova, Fronte Nazionale, Azione Sociale e Nuovo Msi) più numerose liste civiche e partiti locali (fra cui spicca in Piemonte il "Movimento Fascismo e Libertà"), per non parlare dei movimenti extra-parlamentari (troppi per elencarli tutti in questa sede, in cui ricorderemo solo i più importanti : Coordinamento Nazionale del Mutuo Sociale, Il Trifoglio, Nuovo Inizio, Comunità del Socialismo Nazionale, Alternativa Antagonista, Base Militante Progetto Torino, Socialisti Nazionali, Nuovo Ordine Nazionale, sindacato C.U.L.T.A. e Comunità Politica d'Avanguardia).

Lezione 8: Il Nazionalsocialismo

Dopo il fascismo affrontiamo ora il complesso tema del nazionalsocialismo (o nazismo), che appartiene (come il fascismo) al tentativo di unire temi di destra (sopratutto il nazionalismo e l'etica del dovere e del guerriero) con temi di sinistra (inerenti sopratutto al riscatto della classe lavoratrice).
Erroneamente si ritiene il nazismo una forma più estremista del fascismo, in realtà sotto molti aspetti furono molto diversi. Infatti, il 6 settembre 1934 Benito Mussolini dichiarava :
"Il fascismo riconosce i diritti dell’individuo, la religione e la famiglia; il nazional-socialismo è barbaro e selvaggio; assassinio, strage, saccheggio e ricatto, questo è tutto quello di cui è capace...Trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana pietà talune teorie d’oltr’Alpe, sostenute dalla progenie di gente che ignorava la scrittura nel tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio ed Augusto".
Il termine nazismo (contrazione di nazional-socialismo) definisce l'ideologia e il movimento politico tedesco collegati all'avvento al potere in Germania nel 1933 da parte di Adolf Hitler, conclusosi alla fine della seconda guerra mondiale con la conquista di Berlino da parte delle truppe sovietiche (maggio 1945).
Per il nazionalsocialismo una nazione è la più alta espressione della razza. Quindi una grande nazione è la creazione di una grande razza. La teoria dice che le grandi nazioni crescono con il potere militare, e ovviamente il potere militare si sviluppa da culture civilizzate e razionali. Queste culture naturalmente crescono da razze dotate di una naturale buona salute e con tratti di aggressività, intelligenza e coraggio. Le nazioni più deboli sono quelle la cui razza è impura: sono perciò divise e litigiose, e quindi producono una cultura debole. Le nazioni che non possono difendere i loro confini erano quindi definite come le creazioni di razze deboli o schiave. Le razze schiave erano ritenute meno meritevoli di esistere rispetto alle razze dominanti. In particolare, se una razza dominante necessitava di "spazio vitale" (Lebensraum), si riteneva avesse il diritto di prenderlo e di eliminare o ridurre in schiavitù le razze schiave indigene.
Come conseguenza, le razze senza una patria venivano definite "razze parassite": più gli appartenenti a una razza parassitaria erano ricchi e più virulento era considerato il parassitismo. Una "razza dominante" poteva quindi, secondo la dottrina nazista, rafforzarsi facilmente eliminando le "razze parassitarie" dalla propria patria. Questa era la giustificazione teorica per l'oppressione e l'eliminazione fisica degli ebrei e degli slavi, un compito che anche molti nazisti trovavano personalmente ripugnante ma che compivano giustificando le loro azioni in nome dell'obbedienza allo Stato nazista. L'uomo che riconosce queste "verità" era detto "capo naturale", quello che le negava era uno "schiavo naturale". Gli schiavi, soprattutto quelli intelligenti, si riteneva cercassero sempre di ostacolare i padroni promuovendo false religioni e dottrine politiche.
Per iniziare a diffondere questo pensiero e farlo assimilare dalla popolazione venivano mostrati filmati di tedeschi deformi, fisicamente o mentalmente, fatti giungere adagio adagio da tutta la Germania in alcuni centri di raccolta, mettendo in evidenza i loro problemi fisici e mentali; furono questi i primi esseri umani bruciati nei forni dai nazisti. All'inizio queste operazioni di sterminio erano fatte di nascosto: solo gli abitanti del luogo si accorgevano che, dopo ogni arrivo, dai camini di questi centri di raccolta usciva una grossa quantità di ceneri e forti odori. Si usarono i mezzi di comunicazione dell'epoca, soprattutto le riprese cinematografiche, per far accettare alla gente queste pratiche come qualcosa di necessario per il bene comune.
Vennero inoltre prese informazioni su molte persone per verificare se effettivamente erano originarie della Germania o avevano parentele non ariane. Venne sviluppato un ideale di persona ariana con determinate caratteristiche (colore degli occhi, dei capelli, ecc): molte donne tedesche che corrispondevano a tali caratteristiche erano costrette ad unirsi ad uomini tedeschi per generare figli di razza pura ariana. Tutto questo venne fatto in apposite strutture dove ogni bambino non aveva una madre o un padre, ma doveva essere allevato alle ideologie naziste fin da piccolissimo in modo da poter un giorno servire la patria dove meglio erano le sue attitudini.
È comunque un fraintendimento pensare che il nazismo fosse incentrato "solo" sulla razza. Le radici ideologiche del nazismo sono molto più profonde e possono essere trovate nella tradizione romantica dell'Ottocento. Molto spesso il pensiero del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche è indicato come principio del nazismo, soprattutto nella descrizione del "Oltreuomo", anche "Superuomo" o Übermensch in tedesco (Hitler stesso si dichiarò tale); bisogna tuttavia ricordare che Nietzsche non solo era profondamente infastidito dagli antisemiti ma che mai nei suoi libri pubblicati prima della morte aveva inteso in senso razziale il primato dell'Oltreuomo, da intendersi piuttosto come intellettuale ed esistenziale (il filosofo, oltretutto, era contrario alla concezione di superiorità dello stato; anzi, era ben convinto che l'individuo fosse oltre la nazione). Nonostante ciò non si può negare che molti motivi ripresi dal nazismo - l'esaltazione della volontà prevaricatrice, il disprezzo per i valori cristiani e la celebrazione della potenza dell'uomo come valore primario - siano effettivamente parte integrante del pensiero nietzscheano originario.
Molti storiografi dicono che l'elemento antisemita, che non esisteva, almeno in origine, nei movimenti fratelli come il fascismo italiano e spagnolo, venne adottato da Hitler per far guadagnare popolarità al movimento. Il pregiudizio antisemita era molto comune tra le masse dell'impero germanico. Si è sostenuto che l'accettazione di massa richiedeva l'antisemitismo, così come l'adulazione dell'orgoglio ferito delle genti tedesche dopo la sconfitta della prima guerra mondiale.
Parte degli ideologi nazisti tentò di rivitalizzare l'antica religiosità germanica in generale - ed odinista in particolare - al fine di contrapporla alle religioni cristiane viste come un'antitesi alla più pura spiritualità nordeuropea. Un'altra corrente vedeva il nazismo come forma di spiritualismo, ispirato al cosiddetto cristianesimo positivo germanico, che avrebbe dovuto combattere lo spirito giudaico che aveva impregnato le chiese cristiane, in particolare quella cattolica.
La teoria economica nazista era immediatamente preoccupata da problemi di economia interna e aveva separatamente delle concezioni ideologiche sull'economia internazionale.
Hitler si riproponeva di risolvere tre problemi che affliggevano la Germania:

L'eliminazione della disoccupazione

L'eliminazione dell'iperinflazione

L'espansione della produzione di beni di consumo per migliorare il tenore di vita delle classi sociali medio-basse.

Tutti questi obiettivi erano intesi ad indirizzare le imperfezioni percepite della Repubblica di Weimar e a solidificare il supporto popolare del partito. In questo l'NSDAP ebbe molto successo. Tra il 1933 e il 1936 il PIL della Germania Nazista crebbe con un tasso medio annuo del 9.5%, e il tasso della sola crescita industriale fu del 17.2%, l'iperinflazione venne efficacemente combattuta.
Questa espansione lanciò l'economia tedesca fuori da una profonda depressione e portò al pieno impiego in meno di quattro anni. I consumi pubblici nello stesso periodo crebbero del 18,7%, mentre quelli privati del 3,6% annuo. Siccome questa produzione era primariamente di consumo la pressione inflazionistica risollevò la testa, comunque ben inferiore rispetto al periodo della Repubblica di Weimar. La corsa sfrenata al riarmo, la creazione di una imponente macchina bellica (e le concomitanti pressioni per il suo utilizzo), hanno portato alcuni commentatori alla conclusione che la guerra in Europa era inevitabile solo per motivi meramente economici.
Il nazionalsocialismo nelle sue forme originarie, soprattutto dal punto di vista ideologico, è stata una particolare forma di socialismo. Il nazismo, inteso come la corrente politica che si è diffusa in Europa dal regime totalitario di Hitler in Germania, si configura ideologicamente in una corrente sostanzialmente diversa dal nazionalismo-socialista originario; anzi, molti storici ritengono che il nazionalismo estremo di Hitler abbia solamente pochi punti in comune con il nazional-socialismo che era nato in precedenza. Hitler adottò alcune forme esteriori del socialismo. Appena giunto al potere, per blandire la classe operaia in gran parte simpatizzante per la sinistra, istituì la festa del Primo Maggio, ma ideologicamente fu sempre fortemente avverso al marxismo e all'internazionalismo socialista. Socialisti e comunisti furono tra i maggiori avversari politici perseguitati dal nazismo.
Da notare poi che prima di arrivare al potere il Nazionalsocialismo aveva un'impronta più marcatamente "popolare", le promesse fatte alle classi lavoratrici furono molto superiori a quanto fatto in concreto una volta al governo (pur senza mettere in discussione l'oggettivo miglioramento delle condizioni di vita degli operai). E' ben noto come, al tempo del primo governo di Hitler e quindi in una situazione ancora di democrazia in Germania, in molti consigliarono un'alleanza strategica con la destra conservatrice per dare stabilità al governo; un'alleanza che la destra concesse in cambio di un programma di governo più moderato. Questo portò all'inevitabile scontro con la "sinistra" del Nazismo, in particolare con Ernest Rohm e le sue SA, che erano state il braccio armato del partito nel momento della presa di potere. Rohm infatti era assai vicino alle esigenze del sotto-proletariato e si era persino interessato alla teoria politica del "Nazionalbolscevismo", arrivando a teorizzare uno "stato nazista in rivoluzione permanente" (un pò come aveva fatto Trotzky con la sua teoria della "Rivoluzione permanente comunista").
Il punto di rottura fra Hitler e Rohm avvenne il 30 Giugno 1934, in quella che sarebbe passata alla storia come "La notte dei lunghi coltelli". I dissaporti ideologico fra Rohm ed il resto del partito e la volontà dell'esercito tedesco di mettere fine ai gruppi paramilitari, convinsero Hitler a tendere una trappola alle SA : il futuro Führer inviterà circa 200 tra gli esponenti di spicco (compreso Röhm) in una residenza isolata con una scusa e li farà poi freddamente trucidare dalle SS (da poco create e maggiormente inquadrate nell'esercito), dando inoltre alle truppe di Himmler (capo delle SS) la possibilità di dimostrare la propria "preparazione".
Rohm inoltre fu accusato di omosessualità, cosa che storicamente risulterà vera.
Sotto il regime governativo i rapporti fra Nazismo e la sua stessa base socialista si fecero più fievoli : mentre il Fascismo creò il corporativismo prima e la socializzazione poi, che (in teoria) garantiva maggior potere rappresentativo ai lavoratori, il Nazismo invece garantì un'aumento dei salari operai (grazie ad una sostanziale ripresa dell'economia di cui giovarono in primo luogo gli industriali) ma nessuna riforma strutturale dell'impostazione lavorativa.
Alcuni hanno sostenuto che il Nazismo fu anch'esso una forma di socialismo, anche se questa visione è respinta dalla maggior parte degli storici e dei socialisti moderni.
Il termine nazismo viene spesso identificato con il termine fascismo. In particolare, il termine nazifascismo, nato nella seconda guerra mondiale, tende a inglobare le due differenti esperienze storiche. Anche se il nazismo utilizzò elementi stilistici del fascismo italiano, ispirandosi ad esso, possiamo distinguerne le differenze. Aspetti simili tra i due regimi furono la dittatura totalitaria, l'avversione per i movimenti operai, l'irredentismo territoriale e la teoria economica di base.
Entrambi nacquero da formazioni politiche vicine al socialismo rivoluzionario, ed entrambi marcarono la saldatura tra il sottoproletariato urbano e la grande borghesia industriale.
Ma nelle origini ci sono differenze molto significative. Il principio di totalità nel nazismo proviene dalla razza, mentre lo Stato è il mezzo per realizzarne la purezza. Nel fascismo è lo Stato il principio totale, non mezzo, ma fine esso stesso. Il nazismo fu difatti esplicitamente e radicalmente razzista fin dai suoi inizi; con Benito Mussolini il fascismo farà proprie la teorie e la pratica dell'antisemitismo solo nel 1938, nel momento in cui diventerà subordinato all'alleanza con Hitler, sebbene i tratti del razzismo nei confronti di alcune popolazioni (per esempio africani e slavi) fossero ben presenti fin dal suo affermarsi.
Dirà Mussolini prima dell'alleanza con Hitler :
"Il razzismo è robba da biondi"
Tuttavia dopo l'alleanza con la Germania e la pubblicazione del manifesto della razza dichiarerà :
"È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l'opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l'indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l'italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità" ("La difesa della razza", 5 Agosto 1938 ).
La relazione tra nazismo e religione cristiana può essere descritta solo come complessa e controversa. Ufficialmente il Nazismo si proclamava al di sopra delle confessioni, ma Hitler e gli altri capi nazisti facevano uso del simbolismo e delle emozioni cristiane nel propagandarsi presso il pubblico tedesco (prevalentemente cristiano). Hitler sosteneva una forma di "cristianesimo positivo", nel quale Gesù Cristo era un ariano, i dogmi tradizionali erano respinti, si accusava la chiesa di avere manipolato il cristianesimo antico gnostico per fini di potere e, in modo simile agli antichi marcioniti si ripudiava l'Antico Testamento.
Alcuni scrittori cristiani hanno cercato di tipicizzare Hitler come un ateo o un occultista (o persino un satanista), laddove altri hanno enfatizzato l'utilizzo esplicito del linguaggio cristiano da parte del partito nazista, indipendentemente da quale fosse la sua mitologia interna. L'esistenza di un Ministero per gli Affari Ecclesiastici, istituito nel 1935 e guidato da Hanns Kerrl, venne riconosciuta a fatica da ideologi come Alfred Rosenberg, che sosteneva un confuso ritorno alla religione germanica, come pure il ministro della propaganda Heinrich Himmler.
Le relazioni del partito nazista con la Chiesa cattolica sono dibattute. Molti sacerdoti e leader cattolici si opposero apertamente al nazismo sulla base di incompatibilità con la morale cristiana. La gerarchia cattolica condannò i fondamenti teorici del nazismo con l'enciclica Mit brennender Sorge. Come per molti oppositori politici, molti sacerdoti vennero condannati al campo di concentramento per le loro posizioni. Il comportamento della chiesa cattolica tedesca e di Pio XII sono attualmente oggetto di controversia storiografica). Fu al contrario favorevole al nazismo il vescovo Alois Hudal, che cercò un compromesso tra chiesa e regime.


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