Nuovo menù menù


Cerca
in questo sito

sitelevel.com





Copyright ® IMPERO
E' vietata la riproduzione,
anche parziale, delle
pagine contenute in questo sito.
Sito realizzato con Blocco Note
Sito creato l'1 luglio 2000
Privacy Policy






STORIA MICRONAZIONALE
di
Giorgio Konstitution

Lezione 1: Le città-stato e la polis

Questo corso si propone di fare una storia delle micronazioni attraverso i secoli soffermandosi in particolare sugli esempi più significativi. Si può innanzitutto dire che il concetto di micronazione, che nei casi che considereremo in queste prime lezioni si sovrappone a quello di microstato, si presenta fino dagli inizi della storia umana scritta. I primi stati organizzati dall'umanità nelle zone di più antico insediamento agricolo erano infatti città-stato, che presentano delle caratteristiche comuni a quelle delle micronazioni territoriali moderne: un territorio limitato sul quase esercitavano la sovranità e una dimensione demografica modesta (sebbene a volte raggiungessero anche le centinaia di migliaia di persone, cifra ragguardevole per l'epoca). La maggior parte dei popoli dell'antichità era organizzato in città-stato: Sumeri, Fenici, Greci, popoli italici conobbero questo modello statale per tutto il periodo in cui non furono soggiogati da altri popoli (Accad e Babilonia, che costituirono grandi imperi in Mesopotamia e nei territori vicini, partirono anch'esse come città stato, lo stesso dicasi di Roma e Cartagine). Questo era dovuto in parte alla conformazione fisica del territorio (come in Grecia), cosa che rendeva difficili le comunicazioni e gli spostamenti delle persone, oppure al particolarismo locale (come in Fenicia).
Alla luce degli ideali di libertà e democrazia che ispirano la nostra Micronazione, è necessario analizzare in che cosa la polis greca si distingueva dalle città-stato degli altri popoli, il cui ordinamento, rispetto ai grandi imperi della stessa epoca, era assolutamente analogo (vale a dire assolutistico), distinguendosi solo per le dimensioni effettive dello stato.
Il concetto di polis era inteso dagli stessi Elleni in contrapposizione a quello di basíleia, cioè di monarchia. Le città-stato greche nel periodo miceneo (ca. 2000-1150 a.C.) avevano un regime monarchico (sebbene il re non fosse un sovrano assoluto ma un primus inter pares) che in età classica (dal VII sec a.C. in poi) fu superato quasi ovunque. Cariche legate alla regalità sopravvissero ma con un ruolo limitato: ad Atene l'arconte-re (gli Arconti erano i magistrati a capo dello stato) aveva un ruolo soprattutto religioso e cerimoniale, mentre Sparta fu sempre una diarchia, ma i re erano comunque sottoposti al controllo del consiglio degli Efori e dovevano concordare la loro azione con le altre istituzioni.
La costituzione delle poleis ebbe un duplice aspetto, uno religioso (molte sorsero attorno al tempio di una divinità, che diventava perciò il nume tutelare della polis) e uno militare (riunione di un certo numero di villaggi attorno ad un centro comune per assicurare una difesa comune). A questo si collega il ruolo inizialmente avuto dai cittadini: era cittadino chiunque fosse capace di portare le armi e difendere la polis. Le poleis furono quindi inizialmente governate secondo il modello aristocratico (ricordiamo che aristocrazia significa "governo dei migliori": i migliori erano quelli con le caratteristiche appena enunciate). Successivamente, con lo sviluppo dell'artigianato e del commercio, l'attributo della cittadinanza fu esteso, e si arrivò ad un modello oligarchico ("governo di pochi": aristocrazia + borghesia). Con il riconoscimento dei diritti dati dalla condizione di cittadino anche alle classi inferiori si arriva alla democrazia ("governo del popolo"). C'erano comunque delle categorie di persone che non arrivarono mai a godere dello status di cittadini: ovviamente gli schiavi, le donne e i meteci (stranieri provenienti dalle altre città-stato greche, che comunque avevano tutti i diritti nelle loro patrie). A Sparta bisogna ricordare gli Iloti, popolazione indigena che era stata ridotta praticamente allo stato di servi della gleba.
Le caratteristiche più significative della condizione di cittadino erano due: l'isonomía (uguaglianza davanti alla legge) e l'isogoría (uguale libertà di parola). Il modello delle poleis greche non era necessariamente pacifico: le città furono spesso in guerra tra di loro. Ad esempio, Sparta conquistò e perse a più riprese la vicina città di Messene nel Peloponneso, mentre Atene nel V secolo a.C. volle conquistarsi un impero marittimo (il cosiddetto Impero Ateniese) soggiogando altre poleis e applicando persino il genocidio (come sull'isola di Milo nel 417 a.C.). con l'emergere di potenze regionali (come il Regno di Macedonia divenuto poi l'Impero di Alessandro Magno e divisosi nei vari stati ellenistici) le città-stato greche persero progressivamente importanza, pur mantenendo un'indipendenza di fatto. Anche la conquista romana non le cancellò, pur relegando le istituzioni cittadine ad un mero compito amministrativo. Il declino definitivo della civiltà urbana in Grecia va ricercato nelle devastazioni che seguirono le invasioni slave dell'Alto Medioevo.

Lezione 2: Le città-stato nell'Italia antica

Come quelli della Grecia, anche i popoli che popolavano l'Italia nella prima parte della sua storia avevano come tipo di organizzazione statale preferita quella della città-stato. Erano organizzati in città-stato gli Etruschi, i vari popoli Italici (tra cui i Latini e dunque anche Roma nella prima parte della sua storia) e i Greci installatisi nell'Italia meridionale; a proposito di questi ultimi è utile ricordare che, sebbene le colonie elleniche fossero fondate da persone provenienti da una determinata città, con la quale si mantenevano legami, erano indipendenti da subito. È possibile che i popoli autoctoni nei cui territori le colonie erano fondate (Messapi, Lucani, Bruzi, Siculi, Sicani, Sanniti ecc.), che erano più primitivi dei Greci, fossero spinti dall'esempio di questi ultimi a riunirsi in città-stato, sia per imitazione che per difendere quello che rimaneva dei loro possedimenti.
Gli Etruschi non formarono mai uno stato unitario: rimasero sempre divisi in città-stato. Tra le dodici città più importanti esisteva un'alleanza di ordine religioso, che agiva anche a scopo difensivo (la Dodecapoli: pare che ne facessero parte Arezzo, Cortona, Perugia, Chiusi, Populonia, Vetulonia, Roselle, Volsini, Vulci, Tarquinia, Cere e Veio). L'organizzazione politica delle città etrusche partì (VIII sec. a.C.) da re-sacerdoti (lucumoni), quindi si trasformarono in repubbliche oligarchiche guidate da collegi religioso-politici (VI-V sec. a.C.) e da magistrati eletti attualmente, secondo schemi analoghi a quelli applicati a Roma. Presso i Latini la situazione era simile: esisteva una Lega Sacra che coordinava le città più importanti. Tra queste emerse ben presto Roma (che comunque, per la sua posizione decentrata rispetto all'antico Lazio, che praticamente non si estendeva a nord del Tevere e dell'Aniene, non era completamente latina ma aperta ad influenze sabine ed etrusche, come ben è simboleggiato nei miti della sua storia primigenia). Storicamente, la città si formò probabilmente da un patto d'unione contratto dai vari villaggi presenti sui colli presso il guado del Tevere. Già durante l'età regia iniziò ad estendere la propria influenza sulle città latine confinanti; tale atteggiamento continuò in età repubblicana finché nel 396 a.C. fece il salto di qualità distruggendo la più vicina città etrusca, Veio. Da allora l'ascesa di Roma fu quasi inarrestabile: dopo centotrent'anni, alla vigilia del primo scontro con Cartagine, controllava tutta l'Italia peninsulare. Non era però uno stato unitario: secondo il principio romano del divide et impera, era piuttosto una confederazione asimmetrica, in cui cioè i membri non erano sullo stesso piano. Circa un terzo del territorio era Ager Romanus: questo comprendeva i territori amministrati direttamente dall'Urbe romana, i municipi (città arresesi senza resistere, a capo delle quali c'era un magistrato nominato da Roma) e le colonie romane (città di nuova fondazione popolate da cittadini romani). La parte restante era divisa tra le colonie latine (i cui abitanti avevano gli stessi diritti dei romani tranne quello di voto per le istituzioni della repubblica, ma in compenso una piú ampia autonomia) e le altre città appartenenti alla confederazione. Queste potevano esserlo optimo jure (parificate a Roma, eleggevano propri rappresentanti in seno alla Repubblica Romana conservando l'autogoverno e le proprie magistrature originarie) o federate (senza diritto di voto a Roma). Quindi le città-stato sopravvissero anche in seguito alla conquista romana dell'Italia, pur se svuotate di gran parte della loro sovranità.
Il sentimento di malcontento per la disparità di diritti tra i cittadini romani e quelli delle città federate sfociò, nel 91 a.C., nella cosiddetta Guerra sociale: i rappresentanti delle varie città federate italiche si unirono in una confederazione parallela, con capitale Corfinio nel Sannio (ribattezzata per l'occasione Italica) che mosse guerra a Roma; alla fine quest'ultima fu costretta a parificare ai propri cittadini tutti gli Italici liberi. Se da un lato si trattò di un atto di giustizia ed equità, dall'altro diede il colpo di grazia alle culture dei singoli popoli italici, che da allora si fusero sempre più con quello romano divenendone, già nel secolo successivo, praticamente indistinguibili.

Lezione 3: Gli stati bizantini in Italia. Il Ducato di Napoli

Dall'antichità facciamo un grande balzo in avanti iniziando ad occuparci di microstati sorti durante il Medioevo. Questo fu un periodo particolarmente favorevole alla nascita di piccole comunità autogovernantesi, come dimostra il fiorire dei liberi comuni, di cui ci si occuperà in lezioni successive. Ora si parlerà dei piccoli stati nati dalla frantumazione del potere bizantino in Italia. Nel 568 d.C. avvenne la discesa dei Longobardi in Italia, che era stata riconquistata dai Bizantini agli Ostrogoti durante la lunga e sanguinosa Guerra Gotica (535-553). I Longobardi, popolazione di stirpe germanica che si era da poco convertita all'arianesimo (eresia che negava la natura divina di Cristo) s'impadronirono in breve tempo della maggioranza della penisola; rimasero esclusi dal loro dominio le zone corrispondenti alle attuali Romagna, Marche settentrionali, Umbria occidentale e Lazio (i territori che secoli dopo sarebbero poi andati a costituire lo Stato della Chiesa) e diverse regioni costiere che ai Longobardi, che non erano certo un popolo marinaro, interessavano relativamente poco: la Liguria, le lagune venete, il Salento, la Calabria e alcune zone della Campania. Queste ultime andarono a costituire il Ducato di Napoli, da cui si staccarono successivamente il Ducato di Gaeta e la Repubblica di Amalfi.
Inizialmente solo una mera divisione amministrativa dell'Impero Bizantino (il titolo di duca deriva da dux, comandante militare a capo di una provincia), il Ducato di Napoli divenne col passare del tempo uno stato autonomo i cui legami con Bisanzio erano sempre piú tenui. Il primo duca proveniente dalla zona fu Basilio, nel 661. I duchi vennero poi eletti localmente anziché essere nominati dai bizantini; Stefano II, duca dal 755 all'800, batté moneta per proprio conto, associò alla propria carica il figlio e si dichiarò vassallo del papa piuttosto che dell'Imperatore d'Oriente. I Bizantini ripresero possesso della città dall'818 all'821 ma poi ricominciò la successione dei duchi elettivi. Nell'840 il conte di Cuma Sergio I, asceso alla carica ducale, dichiarò il titolo ereditario, formando una dinastia.
Il ducato attuò una politica estera molto spregiudicata, per difendersi sia dalle minacce provenienti dalla terraferma (gli stati longobardi di Benevento e di Salerno) che dal mare (i Saraceni, di cui fu di volta in volta alleato o nemico). Nell'846 e 849 la sua flotta fu decisiva per sventare la minaccia saracena su Roma. Dovette però subire delle secessioni dal fronte interno: nell'839 si resero autonome Gaeta ed Amalfi (che saranno l'oggetto della prossima lezione), mentre nel 1027, per ricompensare il mercenario normanno Rainulfo Drengot che l'aveva aiutato contro la città bizantina di Capua, il duca Sergio IV rinunciò alla contea di Aversa. Questo fu l'inizio della fine per il ducato: i domini dei Normanni iniziarono ad espandersi a macchia d'olio in tutta l'Italia meridionale, fagocitando i domini longobardi, bizantini e arabi (in Sicilia). Ciò ebbe un'accelerazione quando papa Niccolò II nel 1059 investì il signore normanno Roberto il Guiscardo del titolo di Duca di Puglia e di Calabria, andogli in pratica un'autorità sovranna su tutto il Sud d'Italia. Il Ducato di Napoli tentò di difendere con tutti i mezzi i propri territori, ma nel 1137 il duca Sergio VII dovette riconoscersi vassallo dei Normanni (Ruggero II d'Altavilla, il suo casato aveva ottenuto il titolo di Re di Sicilia). Nel 1139, alla morte di Sergio VII, il ducato di Napoli entrò nei possessi diretti della corona: per la città iniziò una decadenza da cui si sarebbe risollevata solo con la conquista angioina, grazie alla quale tornò ad essere capitale di stato.

Lezione 4: Gli stati bizantini in Italia: Amalfi e Gaeta

Amalfi non era stata conquistata dai Longobardi, che si erano invece stanziati nella vicina Salerno, durante la loro espansione in Italia nell'Alto Medioevo. Rimase quindi nell'orbita bizantina come parte del Ducato di Napoli. Nell'836 il condottiero longobardo Sicardo occupò Amalfi, ma alla sua morte tre anni dopo gli Amalfitani si ribellarono e posero fine al dominio dei longobardi. Non ritornarono però direttamente sotto il dominio di Napoli: gli insorti elessero un conte (il primo fu Pietro d'Amalfi), che misero a capo del loro stato: nacque così la Repubblica di Amalfi, che comunque riconosceva l'autorità dell'imperatore bizantino. I capi della repubblica furono poi detti "giudici", "prefetturi" e, dal 958, "dogi". Va notato che la concezione di "repubblica", nel medioevo, era spesso diversa dalla nostra: spesso i mandati erano vita natural duranti, come anche quelli dei dogi di Venezia e di Genova; del resto il termine "doge" ha la stessa etimologia di "duca", tant'è che la sua residenza era detta "palazzo ducale". Più che repubbliche assomigliavano a monarchie elettive.
La politica estera amalfitana fu simile e spesso in simbiosi con quella napoletana, puntando sempre ad assicurare il massimo vantaggio alla propria città, appoggiandosi ora all'Impero Bizantino, ora al papato, ora al Sacro Romano Impero, ora persino ai Saraceni; ma le forze amalfitane furono determinanti, assieme a quelle napoletane, nello sconfiggere questi ultimi ad Ostia (849) e nell'annientare la loro base alla foce del Garigliano (915), da dove partivano le loro scorrerie in tutto il mar Tirreno e sulla terraferma.
Al tempo della sua massima espansione la Repubblica di Amalfi comprendeva la costa settentrionale del Golfo di Salerno ad ovest di questa città, fino al versante nord dei Lattari con Lettere e Gragnano. Ne faceva parte anche l'isola di Capri.
Nell'XI secolo iniziò il declino della repubblica: nel 1039 i Salernitani rioccuparono Amalfi pur mantenendo in carica il doge. Ne furono scacciati nel 1052, ma rimasero una costante minaccia, al punto che nel 1073 gli Amalfitani chiesero l'aiuto dei Normanni. Da allora la casa d'Altavilla fu costantemente coinvolta nelle vicende cittadine, causando un grande risentimento, al punto che nel 1088 un'insurrezione acclamò doge l'ex nemico Gisulfo, principe di Salerno. I Normanni ripresero il controllo della città l'anno dopo, ma nel 1095 dovettero nuovamente battere in ritirata: Marino Sebaste fu l'ultimo doge autoctono. Nel 1101 tornarono ancora i Normanni, e stavolta in modo definitivo: nel 1131 Amalfi entrò nei possedimenti diretti della corona di Sicilia. La città continuò comunque a vivere un periodo di prosperità, come attestano gli splendidi monumenti ancora oggi esistenti, come la cattedrale.
Il colpo definitivo avvenne solo nel 1343, quando le alluvioni e gli smottamenti provocati da una violentissima tempesta fecero distrussero il porto e fecero precipitare in mare una parte dell'abitato.

Anche Gaeta era inizialmente una città facente parte del Ducato bizantino di Napoli. Nell'839 i cittadini nominarono un capo locale, Costantino, col titolo di "ipato" (dal greco "hýpatos", traducibile come "console"). Il suo successore Giovanni I ottenne nell'877 il titolo di "patrizio" dall'imperatore bizantino come ricompensa per le sue attività militari contro i Saraceni. Il patrizio Docibile II nel 930 assunse il titolo di duca per sottolineare la propria indipendenza da Napoli; ebbe così origine il casato nobiliare dei Caetani (da "Caeta", nome latino della città), che sarebbe stato uno dei più influenti di Roma durante il Medioevo (il famigerato papa Bonifacio VIII si chiamava Benedetto Caetani). La città di Gaeta, che come Napoli e Amalfi traeva la sua forza dalla marineria, fu in quel periodo una delle più prospere d'Italia. A partire dall'XI secolo la città fu in balia dei Normanni, che nel 1032 deposero il duca Giovanni V Caetani. Nel 1140 il ducato fu incorporato nel Regno di Sicilia, conservando però una certa autonomia. Seguì poi le vicende di Napoli e della Campania: Gaeta entrò a far parte del Lazio solo negli anni '20, con la riorganizzazione delle province italiane voluta dal regime fascista.

Lezione 5: La Repubblica di Venezia

La zona lagunare compresa tra il Delta del Po e i primi contrafforti del Carso, lungo le coste del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia, è detta in modo piuttosto improprio Estuario Veneto e comprende le lagune di Venezia, di Càorle, di Marano e di Grado. Nell'antichità i cordoni litoranei e le isole lagunari erano già popolate, pur scarsamente; un grosso aumento della popolazione fu provocato dalle invasioni barbariche, che devastarono le grandi città dell'interno come Altino, Oderzo (Opitergium), Concordia Sagittaria ed Aquileia. Ciò fu particolarmente accentuato in seguito alla calata dei Longobardi nel 568: come già detto nelle lezioni precedenti, la fascia litoranea non suscitò l'interesse dei conquistatori e rimase sotto la sovranità di Bisanzio. Tra le località cresciute d'importanza per l'afflusso dei profughi assunse un'importanza preponderante Cittanova, che si trovava su un'isola fluviale alla foce del Piave e fu ribattezzata Eraclèa in onore dell'imperatore Eraclio. Questa località, che nel VII secolo arrivò a contare circa 90.000 abitanti, divenne la residenza di un funzionario amministrativo bizantino, il Magister Militum, nominato per un anno e dipendente dall'Esarca di Ravenna (il governatore di tutti i possedimenti dell'Impero d'Oriente in Italia). Nel 697 il Magister Militum fu sostituito da un doge eletto dalla popolazione: a questa data si fa risalire la fondazione della Repubblica di Venezia. All'epoca la città che oggi contrassegniamo con quel nome non esisteva ancora: sulle sue isole si trovavano diversi insediamenti separati tra di loro, che non occupavano tutto il terreno emerso ma avevano attorno a sé orti, campi coltivati e barene. Il nome "Venezia" era già usato per determinare una regione geografica: infatti, ai tempi dell'Impero Romano, "Venetia et Histria" era il nome della X regione d'Italia, che comprendeva l'attuale Veneto e parti di Lombardia, Trentino e Venezia Giulia (anche quella passata alla Jugoslavia nel 1947). Poco si sa dei primi due dogi, Paoluccio Anafesto e Tegalliano Marcello; il terzo, Orso, si ribellò all'autorità imperiale e per questo fu destituito. Per cinque anni, dal 737 al 742, tornarono i Magistri Militum, poi il doge si sottomise e fu reintegrato, ricevendo dall'imperatore il titolo di Ipato. La capitale della repubblica fu trasferita da Eraclea a Malamocco, non l'attuale località sull'isola del Lido ma un'altra isola distrutta da un maremoto nel X secolo; Eraclea subì un lento ma inesorabile declino fino a scomparire del tutto, anche a causa dell'interramento di quella parte della laguna per i detriti portati dal Piave. Con l'occupazione di Ravenna da parte dei Longobardi (751) la repubblica rimase l'unico stato bizantino nell'Italia settentrionale. Quando Carlo magno s'impadronì del regno longobardo d'Italia (774) prese forza un partito che voleva sostituire la sovranità franca a quella bizantina; ma la fedeltà a Costantinopoli prevalse, e i tentativi di Pipino, figlio di Carlo Magno e re d'Italia, di sottomettere l'Estuario fallirono. La Repubblica di Venezia rimase nell'orbita bizantina e le venne riconosciuta anche l'amministrazione della Dalmazia, in cui la sovranità imperiale era minacciata dagli stanziamenti dei popoli slavi nell'entroterra balcanico. In quegli stessi anni, sotto il doge Angelo Partecipazio I, la capitale fu trasferita da Malamocco a Rialto (Rivoaltus), nella parte centrale dell'attuale città di Venezia, mentre l'isola di Castello (all'estremo oriente della città) era divenuta sede vescovile; un altro centro importante era Torcello.
Un evento molto importante per il morale della popolazione fu l'arrivo delle reliquie di san Marco da Alessandria d'Egitto, trafugate dalla chiesa in cui si trovavano, che era stata distrutta dai musulmani, ad opera di due mercanti veneziani. Nel X secolo si ebbe un nuovo flusso d'immigrati a causa delle incusioni degli Ungari. L'XI secolo fu un periodo di grande splendore per Venezia, che ottenne privilegi commerciali nell'Impero Bizantino e in altri stati del Mediterraneo; diede anche un grosso contributo alle Crociate, assieme alle altre Repubbliche Marinare italiane.
Nella seconda metà del XII secolo fu invece minacciata dai desideri di espansione di due imperatori: Federico I Barbarossa (del Sacro Romano Impero) e Manuele I Comneno (bizantino). Il primo mal tollerava un'enclave che non riconosceva la sua sovranità nell'Italia settentrionale, il secondo voleva ricondurre ad una stretta obbedienza tutti i territori già bizantini. Venezia aderì alla Lega Lombarda ma seppe mantenere un certo distacco, cosicché fu uno dei principali mediatori dopo la Battaglia di Legnano del 1176, che vide le forze imperiali soccombere. Meno bene andarono le cose in Oriente: nel 1171 i Veneziani residenti a Costantinopoli furono spossessati, espulsi e in parte massacrati. Ciò provocò un'ondata di risentimento che si sfogò nella IV crociata (1204), che non arrivò mai in Terrasanta: i Crociati saccheggiarono Costantinopoli, l'imperatore bizantino fuggì e fu dichiarato decaduto. Al suo posto fu nominato un Imperatore Latino d'Oriente, che diede enormi vantaggi ai Veneziani, sia in termini economici che territoriali (isole di Candia, Negroponte, Cicladi, Ionie ecc.). Nel 1172, dopo l'assassinio del doge Vitale II Michiel, c'erano stati importanti cambiamenti dal punto di vista istituzionale: furono istituiti i pregàdi (cioè "pregati", nel senso di cittadini pregati di partecipare all'amministrazione statale; andarono poi a costituire il Senato) e il Maggior Consiglio, un'assemblea di membri dapprima elettivi poi ereditari, che andò a sostituire l'assemblea popolare nell'elezione del doge e dei magistrati più importanti. Si andò configurando il regime oligarchico e aristocratico che, secoli dopo, nal 1797, sarebbe stato il pretesto, da parte delle armate rivoluzionarie francesi, per sancirne la fine. La IV crociata segnò anche l'inizio dell'espansione territoriale di Venezia: oltre agli acquisti in Grecia, si addentrò anche nella terraferma della Dalmazia, entrando in contrasto col Regno d'Ungheria (che aveva sottomesso i Croati). A partire dal XIV secolo iniziò l'espansione anche nell'entroterra del Veneto, sottomettendo una dopo l'altra le varie città. Ormai la Repubblica di Venezia non era più un microstato e in quanto tale la sua storia viene ad esulare dagli obiettivi di questo corso; basti dire che la "politica di terraferma" non convinceva molti Veneziani dell'epoca, secondo i quali il loro campo d'azione era e doveva restare il mare e i traffici commerciali.

Lezione 6: L'età comunale

A partire dall'XI secolo rinacque spontaneamente, nell'Europa centro-occidentale, un modello statale basato sulla città. È il fenomeno dei Liberi Comuni, che in alcune aree (specialmente l'Italia centrosettentrionale) divennero l'organizzazione prevalente, relegando in un secondo piano la preesistente struttura feudale. La nascita del comune è dovuta ad una concomitanza di fattori: il forte incremento demografico, favorito da miglioramenti nell'agricoltura e che contribuì a rilanciare le attività artigianali e i commerci, la cessazione delle invasioni e delle devastazioni (da parte soprattutto di Ungari e Saraceni) e le nuove consuetudini in ambito feudale introdotte dagli imperatori della dinastia Ottoniana (936-1002). Ottone I, per aggirare le norme sull'ereditarietà dei feudi maggiori (capitolare di Quierzy dell'877), fu il primo ad investire dei poteri feudali i vescovi, che non potendo avere discendenza legittima alla propria morte avrebbero restituito il territorio da loro governato all'autorità imperiale. Inizialmente i vescovi avevano autorità solo sulla città, mentre le campagne rimanevano sotto l'autorità di un conte laico (da cui il nome contado), ma essi cercarono sempre più di far coincidere i limiti del proprio potere temporale con l'estensione della diocesi. Il vescovo era coadiuvato, nell'amministrazione, da un consiglio di boni homines, che comprendeva i maggiorenti della città. La gestione dei beni comuni della cittadinanza, come gli acquedotti e gli orti coltivati interni alle mura, era stabilita in assemblee che si tenevano generalmente sul sagrato della cattedrale e a cui partecipavano tutti gli uomini liberi della città. Tra la 2° metà dell'XI secolo e la prima del XII il consiglio, spesso denominato Arengo, divenne quasi ovunque un organo di governo: i vescovi persero il loro potere temporale a favore di magistrati eletti a tempo, che sul modello dell'antica Roma furono chiamati Consoli. I contrasti interni per il potere tra le famiglie più importanti divennero spesso insostenibili per la pace cittadina: nel XIII secolo i consoli furono perciò generalmente sostituiti da podestà venuti da fuori e meno coinvolti nelle lotte intestine. In questo periodo la borghesia trovò una comunione d'intenti con l'aristocrazia, che aveva iniziato a stabilirsi in città immischiandosi nella gestione degli affari del comune. Il periodo successivo della storia comunale, che coincide con la sua decadenza, è quello del cosiddetto governo delle Arti (le Arti erano le corporazioni che associavano chi praticava una certa professione): il malcontento dei ceti popolari per il governo oligarchico (borghesia + aristocrazia) sfociò in una riforma delle istituzioni comunali. A capo del comune fu posto un Capitano del Popolo, che finì col mantenere la carica a vita. In alcuni casi, come a Bologna a partire dal 1228, i capitani del popolo provennero a lungo dagli stessi ceti popolari e furono in grado di fare una buona politica; ma in genere si facevano eleggere, col pretesto di proteggere gli interessi del popolo, nobili e alti borghesi che riuscivano a rendere la propria carica vitalizia ed ereditaria. I vari consigli e parlamenti furono sempre più relegati ad un ruolo di secondo piano. Ormai il comune si era trasformato in una signoria: in molti casi i signori ottennero dall'Imperatore o dal Papa un titolo nobiliare sulle città che amministravano, rinsaldando definitivamente il loro potere. È il caso dei Visconti a Milano, dei Gonzaga a Mantova, degli Estensi a Ferrara, Modena e Reggio, dei Medici a Firenze ecc. Alcuni comuni, tuttavia, riuscirono a mantenere la forma repubblicana più a lungo: è il caso delle Repubbliche di Genova e di Lucca, finite in epoca napoleonica, o di quella di San Marino, sopravvissuta fino ai giorni nostri.
Molti comuni furono protagonisti di espansioni territoriali che diedero loro dei territori piuttosto cospicui, tali che da un certo punto non possono essere più considerati micronazioni: è il caso di Milano e di Firenze, che assoggettarono molte città confinanti delle loro regioni.
Contrariamente a quanto molti pensano, il fenomeno comunale non fu solo italiano, ma investì anche paesi come la Francia, l'Inghilterra e la Germania. Le città che si diedero un ordinamento comunale (identificate come città reali o imperiali, di cui cioè nessun feudatario ne era signore ma soltanto il Re o l'Imperatore) ottennero in genere l'affrancamento dai diritti feudali in seguito al pagamento di una forte somma al sovrano. A capo della città vi era un magistrato chiamato Sindaco (maire in Francia, Mayor in Inghilterra) o Borgomastro. Le città marinare della Germania settentrionale, riunite nell'Hansa (o Lega Anseatica) avevano praticamente il monopolio del commercio sul Mare del Nord e sul Mar Baltico. Né questi comuni né quelli italiani furono mai completamente indipendenti, poiché l'autorità suprema fu sempre attribuita al sovrano, e questo fatto non fu mai messo in discussione nemmeno nelle sollevazioni a tutela dell'autonomia comunale, come quelle che videro la formazione della Lega Lombarda (che sarà l'oggetto della prossima lezione).

Lezione 7: La Lega Lombarda

Per due volte, durante la loro storia, i comuni dell'Italia settentrionale dovettero difendere la propria autonomia dal desiderio imperiale di riportarli sotto stretto controllo: sotto due imperatori della casa di Hohenstaufen, Federico I detto il Barbarossa (1122-1190) e suo nipote Federico II (1194-1250).
Nel 1154 Federico Barbarossa scese in Italia dalla Germania per essere incoronato re d'Italia e poi imperatore dal papa; durante il suo soggiorno in Lombardia (denominazione che all'epoca comprendeva tutta l'Italia Settentrionale) cercò di avvantaggiare la città di Pavia (nella quale fu incoronato in quanto antica capitale dei Longobardi) a scapito di quelle confinanti, in particolare Milano, che per la sua potenza suscitava invidia e timore. Per questo fu rasa al suolo la città di Tortona.
Nel 1158 Milano non fu da meno: distrusse la città di Lodi, che grazie all'intervento imperiale fu ricostruita nella posizione attuale (l'antica Lodi è adesso la cittadina di Lodi Vecchio). Per reazione Milano e Brescia furono sottomesse dalle armate imperiali e l'imperatore avocò a sé molti diritti di cui i comuni si erano impadroniti: quello di battere moneta, di riscuotere i dazi e le tasse, persino di nominare i consoli e gli altri magistrati cittadini. Le città che si rfiutavano di adempiere alle disposizioni, anche quelle che in precedenza erano state favorevoli all'imperatore, venivano trattate crudelmente: in particolare a Crema gli imperiali legarono i prigionieri locali alle torri d'assedio, in modo di porre ai difensori il dilemma tra la resa e l'uccisione dei loro concittadini. Nel 1162 il Barbarossa fece radere al suolo Milano perché ciò servisse di monito. Ciò però fu controproducente: nel 1164 alcune città venete (Verona, Vicenza, Padova e Treviso col patrocinio di Venezia) si unirono in un'alleanza difensiva, la Lega Veronese. L'imperatore cercò di contrastarla spingendo Pavia, Mantova e Ferrara contro la Lega, ma inutilmente.
Nel 1166 il Barbarossa tornò in Italia ma si rese conto di come la situazione si fosse deteriorata. Il 9 aprile 1167 nel monastero di Pontida, secondo la tradizione, i rappresentanti di Brescia, Bergamo, Cremona e Mantova si unirono nella Lega Lombarda. Il primo atto della Lega fu l'inizio della ricostruzione di Milano, contravvenendo agli editti imperiali; aderirono poi la Lega Veronese e le città di Ferrara, Bologna, Modena, Parma, Piacenza, Lodi ed altre. Ottenne anche l'appoggio di papa Alessandro III, ostile a Federico I perché quest'ultimo non aveva riconosciuto la sua autorità facendo anzi eleggere un antipapa. Per reazione il Barbarossa marciò su Roma, fece ripetere l'incoronazione dall'antipapa di sua fiducia poi tornò in Germania. La Lega costruì anche una nuova città in posizione strategica, che in onore del papa fu chiamata Alessandria. Nel 1174 l'imperatore tornò ancora in Italia entrando dalla val di Susa; ottenne che Alba, Acqui, Pavia e Como abbandonassero la Lega, ma la sua progressione s'infranse contro le mura di Alessandria, assediata inutilmente per oltre un anno con gravi perdite. Nella primavera del 1176 giunsero rinforzi dalla Germania e attaccò frontalmente le forze della Lega a Legnano, il 29 maggio 1176. Le sorti della battaglia parvero inizialmente arridere agli imperiali, ma le cariche di cavalleria s'infransero contro i difensori del Carroccio (il carro trainato da buoi simbolo del Comune di Milano). Entrarono allora in battaglia i cavalieri della Compagnia della Morte, guidati da Alberto di Giussano, che rovesciarono la situazione a favore della Lega. L'imperatore combatté valorosamente ma fu disarcionato e si salvò a stento.
Federico I si riconciliò col papa, che funse anche da mediatore con la Lega Lombarda: nel 1177 a Venezia ottenne una tregua di sei anni. Nel 1183, a Costanza, fu siglata la pace che riconobbe ai comuni l'autonomia tanto tenacemente difesa. L'imperatore tornò in Italia da amico l'anno successivo e fu accolto caldamente dagli ex nemici.
Nel 1226 Federico II revocò le autonomie comunali; per la debolezza delle forze imperiali e la successiva assenza dell'imperatore, che fino al 1229 fu impegnato nella crociata, non si venne al conflitto e la revoca cadde nel vuoto. Ad ogni modo i membri della Lega Lombarda, mai formalmente sciolta, rinnovarono il patto a Milano il 2 dicembre 1229. Nel 1231, ad una dieta convocata dall'imperatore a Ravenna furono presenti i delegati di pochissimi comuni a lui fedeli (Parma, Cremona e Pavia) e qualche feudatario. Grazie alla mediazione di fra Giovanni da Vicenza si giunse ad un accordo secondo il quale i comuni avrebbero fornito all'Impero un modesto contributo militare. Ma nel 1235 ci fu una congiura che voleva sostituire a Federico II il suo figlio illegittimo Enrico, e tra i suoi sostenitori c'erano anche molti comuni italiani. L'imperatore volle punire i responsabili: ottenne l'appoggio del potente feudatario Ezzelino III da Romano, tiranno di Treviso (uno degli uomini più crudeli di tutti i tempi) e nominò il proprio figlio illeggittimo Manfredi vicario imperiale per l'Italia dal Po in giù. Il 27 novembre 1237 inflisse alla Lega una dura sconfitta a Cortenuova: Pietro Tiepolo, il veneziano podestà di Milano, e il Carroccio caddero nelle sue mani. Milano si disse disposta a negoziare, ma Federico II, consigliato dai Pavesi, chiese una resa incondizionata che fu rifiutata. L'imperatore si rivolse contro Brescia, la miglior alleata di Milano, che però resistette all'assedio.
Ciò restituì l'iniziativa ai nemici di Federico: papa Gregorio IX (a lui ostile per il deludente esito della crociata) si alleò con le repubbliche marinare di Genova e Venezia e lanciò una nuova scomunica verso l'imperatore. Nel 1239 quest'ultimo provò ad assediare direttamente Milano ma senza successo. Nel 1245 riprese le operazioni contro la Lega, senza risultati apprezzabili. Due anni dopo s'impossessò del comune di Parma un partito ostile all'imperatore; Federico II decise di espugnare la città e radunò 40.000 uomini, che alloggiò in una tendopoli battezzata Vittoria. Ma i Parmigiani la distrussero e fecero strage d'imperiali. L'ultima catastrofe nella contrapposizione tra imperiali e comunali avvenne nel 1249: un altro figlio illegittimo di Federico II, il re di Sardegna Enzo, fu catturato mentre si muoveva verso Modena nel tentativo di difenderla dalla truppe bolognesi e della Lega; passò il resto della sua vita in una confortevole prigionia a Bologna. Federico II morì l'anno successivo e con lui finirono i tentativi imperiali di sottomettere le città-stato dell'Italia settentrionale.
Durante il Risorgimento le vicende della Lega Lombarda furono viste in una forte ottica patriottica italiana (e, in tempi più recenti, lombarda). In realtà si trattava solo della volontà delle comunità urbane di difendere le proprie prerogative verso quelli che apparivano come abusi da parte dell'autorità centrale, la cui esistenza peraltro non fu mai messa in discussione; uno spirito nazionale era ben lungi dal formarsi, all'epoca.

Lezione 8: Il Comune romano

La ventata di libertà che seguì alla nascita dei Comuni nell'Italia centrosettentrionale nei secoli XI-XII investì anche la città di Roma, in cui erano ancora vivi i ricordi dell'antica grandezza. Qui però, rispetto alle omologhe città del nord, la situzione era meno favorevole per via del deterioramento delle grandi arterie commerciali, della minor incidenza delle attività manifatturiere e soprattutto della presenza del Papa, che da secoli era ormai il punto di riferimento della vita cittadina anche civile.
Nel 1143 il popolo romano si eresse in Libero Comune. Fu stabilito sul Campidoglio un Senato di 56 membri, e a capo dello stato fu posto un Consiglio costituito da alcuni senatori. Il Prefetto di Roma, che rappresentava l'Imperatore, fu dichiarato decaduto; la sovranità imperiale (che era lontana e poco incisiva) fu comunque riconosciuta, ma nel contempo il comune si dichiarò indipendente dal Papato, di cui si auspicava anzi la fine del potere temporale e i trasferimento dei suoi possedimenti al Comune. Papa Lucio II (che risiedeva nella cosiddetta Città Leonina, corrispondente a parte dell'attuale Città del Vaticano) non accettò questi statuti e nel 1144 tentò di espugnare il Campidoglio alla testa delle sue truppe, ma fu gravemente ferito e morì poco dopo. I contrasti si acuirono al punto che nel 1146 papa Eugenio III andò in volontario esilio. In città si stabilì, favorito dal Comune, il predicatore Arnaldo da Brescia, che successivamente sarebbe stato definito eretico ma che era stimato anche dai suoi avversari per la sua rettitudine di vita; egli tuonava contro la corruzione del clero e la simonia. Rimase però invischiato in una congiura popolare in di cui i Senatori, appartenenti all'aristocrazia, non sapevano nulla: i congiurati si proponevano di di eleggere 100 Senatori a vita e 2 Consoli che avrebbero designato un nuovo Imperatore. Nel 1154 le autorità comunali fecero arrestare Arnaldo, che riuscì poi a fuggire: ciò segnò una certa distensione nei rapporti col Papato. Ma l'anno dopo i rappresentanti del Comune chiesero a Federico I Barbarossa, giunto nell'Urbe per essere incoronato, dei privilegi per consentire lo svolgimento della cerimonia. Il Barbarossa giocò d'anticipo facendosi incoronare prima di aver promeso alcunché, ma dovette fronteggiare un'insurrezione popolare di protesta.
La mancata sostituzione dei Senatori deceduti fece sì che nel 1198 ne fosse rimasto solo uno, che rimise il suo mandato a papa Innocenzo III. Questi istituzionalizzò la presenza di un solo Senatore e fece in modo di controllarne la nomina introducendo il mediano, un magistrato che aveva il compito di designarlo. Il mediano era candidato dal Papa, ma doveva essere approvato dall'assemblea cittadina. Nel 1203 un conflitto di attribuzione di alcuni piccoli feudi nel Lazio tra il Papato e il Comune degenerò nella guerra civile. Innocenzo III dovette abbandonare la città e il Senato di 56 membri fu ripristinato, ma nel 1205 si tornò alla situazione precedente.
Nel 1252 una sollevazione popolare trasformò in pratica il Senatore in un podestà: il primo fu il bolognese Brancaleone degli Andalò, uomo giusto ed enerigico capace di tener testa al Papa e al Re dei Romani (titolo che spettava all'Imperatore designato, prima dell'incoronazione).
Il trasferimento del Papato ad Avignone nel 1305 provocò una grave crisi a Roma. La città perse gran parte dei suoi abitanti e divenne un campo di battaglia tra le grandi famiglie nobiliari, al punto che. per difendersi da loro, nel 1337 il popolo acclamò Senatore papa Benedetto XII!
La situazione fu scossa dall'emergere di un nuovo personaggio: Cola di Rienzo, un nostalgico della grandezza di Roma a metà strada tra l'eroe romantico e un folle in preda a deliri di onnipotenza. Nel 1342-43 ricevette da papa Clemente VI ad Avignone la carica di Notaio della Camera Capitolina; nel 1347 si fece nominare Tribuno del Popolo Romano, con poteri dittatoriali, e promulgò nuovi statuti. Ma sia la famiglia nobiliare dei Colonna che i rappresentanti pontifici iniziarono ad osteggiarlo vedendo in lui una minaccia al loro potere; prima della fine dell'anno dovette abdicare e andò in cerca d'appoggio presso l'imperatore Carlo IV. Nel 1354 tornò a Roma come Senatore ma dopo pochi mesi il popolo gli si rivoltò contro; nel tentativo di fuggire fu riconosciuto e ucciso.
Dal 1377 Roma fu ancora residenza papale; da allora il Comune perse ogni importanza e divenne solo una struttura amministrativa sotto il controllo del Papa e dei suoi fiduciari.

Lezione 9: L'Ordine di Malta

Il Sovrano Militare Ordine di Malta (SMOM) è un'entità micronazionale molto antica, tuttora esistente ed attiva su base aterritoriale. La sua origine va ricercata a Gerusalemme nell'XI secolo, dove un gruppo di mercanti amalfitani costruì una chiesa, un monastero e un ospizio con una cappella dedicata a San Giovanni, allo scopo di accogliere i pellegrini. Con la conquista di Gerusalemme da parte dei crociati, nel 1099, l'Ordine ebbe dei propri statuti e ottenne dei possedimenti anche in Francia. I membri dell'ordine si distinguevano per l'abito nero con la croce bianca biforcata (che sarebbe poi stata detta "di Malta") ed erano divisi in tre classi: gentiluomini, sacerdoti e frati serventi. I primi e gli ultimi avevano il dovere di proteggere i pellegrini che si recavano in Terrasanta anche con le armi, se necessario. Nel 1187 Gerusalemme fu conquistata dal Saladino e i cavalieri di San Giovanni dovettero ritirarsi sulla costa palestinese, prima a Megiat e poi ad Acri; scacciati anche da qui nel 1291 dall'avanzata musulmana, trovarono rifugio a Cipro. Il re di quest'isola li spinse ad insediarsi a Rodi, che era diventata un covo di pirati turchi, nonostante la contrarietà dell'imperatore bizantino e dei Veneziani. Nel 1309 Rodi fu conquistata e divenne la nuova sede dei cavalieri: per tutto il tempo in cui vi furono stabiliti vi esercitarono un'autorità sovrana. In quel periodo la loro prosperità fu favorita anche dal fatto che incamerarono molti dei beni del soppresso ordine templare. Per tutto il XIV e XV secolo contrastarono efficacemente le azioni della marineria turca, ma nel 1522 un formidabile attacco portato dal sultano Solimano il Magnifico li spodestò da Rodi, senza che i cavalieri ricevessero aiuti miltari dagli altri stati della Cristianità. L'imperatore Carlo V, nella sua qualità di re di Sicilia, concesse allora in feudo perpetuo le isole di Malta, da cui presero il nome che li identifica ancor oggi. Da qui ripresero efficacemente la lotta contro i Turchi ed i loro alleati nordafricani che praticavano la pirateria; consistente fu anche il loro contributo alla vittoria di Lèpanto nel 1571. Nel frattempo a Malta furono realizzate grandi fortificazioni: il gran maestro Jean Parisot da La Valette fece costruire la cittadella che porta il suo nome (La Valletta) e che è oggi la capitale della Repubblica di Malta.
La Riforma protestante danneggiò l'Ordine, che vide confiscate le sue proprietà nell'Europa settentrionale. Durante la Rivoluzione Francese i cavalieri accolsero gli espatriati dalla Francia che fuggivano dal Terrore e dalle persecuzioni antireligiose, ma nel 1798 Malta fu conquistata dai Francesi di Napoleone, sul percorso della spedizione in Egitto, praticamente senza incontrare resistenza: infatti gli statuti dell'Ordine vietavano di alzare le armi verso altri cristiani. Nel 1800 la guarnigione francese fu sopraffatta dai Britannici, ma i cavalieri avevano già trovato rifugio a Trieste e a Pietroburgo, presso lo zar Paolo I. La pace di Amiens del 1802 avrebbe restituito loro Malta, ma gli Inglesi rifiutarono di cedere una piazzaforte in una posizione tanto strategica. La sede dell'Ordine fu poi portata a Messina, Catania, Ferrara e, dal 1834, Roma, dov'è rimasto. Senza più un territorio da difendere, gli obiettivi dell'Ordine divennero sostanzialmente di tipo assistenziale.
Anticamente l'Ordine era diviso in otto "lingue", secondo le regioni d'origine dei cavalieri (Provenza, Alvernia, Francia, Italia, Aragona, Germania, Castiglia [comprendente anche il Portogallo] ed Inghilterra), che si suddividevano in commende, priorati e baliaggi. Dopo il periodo napoleonico rimasero solo le lingue d'Italia, Germania e Spagna. I membri dell'ordine hanno attualmente i titoli di cavalieri, cappellani e dame, divisi in varie classi. Il capo dell'Ordine è il Gran Maestro, eletto dai rappresentanti dei priorati e delle lingue; la sua nomina dev'essere approvata dal papa e gli dà il rango di capo di stato. Il Capitolo Generale è l'assemblea suprema dell'ordine; esistono anche un consiglio guiridico e una camera dei conti per il controllo delle entrate e delle uscite. Agli agenti dello SMOM, che ha rapporti diplomatici con molti stati territoriali, è riconosciuto il rango di ambasciatori. Esiste anche un servizio postale convezionato con propri francobolli, col valore indicato nelle antiche unità monetarie di scudi, tarì e grani.

Lezione 10: Noli e Seborga

In questa lezione si tratterà di due realtà micronazionalistiche liguri molto importanti nella storia (una è stata riportata in vita): la Repubblica di Noli e il Principato di Seborga.
La cittadina di Noli, attualmente in provincia di Savona, fu sin dall'epoca romana un importante centro marinaro. Nell'Alto Medioevo divenne un comitato longobardo dipendente da Savona. Nel 1187 si organizzò in libero comune, che alcuni anni dopo fu riconosciuto da tutti i feudatari della zona. Instaurò quindi un rapporto di confederazione con la ben più potente Genova, ma su un piano paritario.
La Campagna d'Italia di Napoleone Bonaparte investì in pieno la piccola repubblica, che fu occupata dalle armate francesi e unita con quella di Genova nella Repubblica Ligure, poi annessa all'Impero Francese e, con la Restaurazione, al Regno di Sardegna.
I suoi organi istituzionali erano due consoli, in carica per quattro mesi, il Minor Consiglio (24 membri), il Maggior Consiglio (40 membri) e l'Università, termine con cui era designata l'assemblea di tutti i capifamiglia.

Seborga è un piccolo paese nell'entroterra di Bordighera. Nel 954 il conte Guido di Ventimiglia la donò all'abbazia benedettina dell'isola di Lerino (odierna Lérins, al largo della costa provenzale). Il possesso fu confermato da un diploma imperiale del 1079, che conferì all'abate di Lerino il titolo di principe di Seborga. Una data significativa fu quella del 1118, in cui Edoardo di Lerino fece partire da Seborga i primi nove cavalieri che a Gerusalemme sarebbero poi divenuti i primi membri dell'ordine dei Templari. Essi tornarono nove anni dopo,accolti da san Bernardo di Chiaravalle, che nominò il primo Gran Maestro, il francese Ugo de Payns.
A partire dal 1660 Seborga fu sede di una zecca, che fu costretta a chiudere nel 1686, per le proteste del re di Francia Luigi XIV, nel cui regno ricadeva l'abbazia di Lerino. Il piccolo territorio fu a lungo al centro delle mire espansionistiche sia dei Genovesi che di Casa Savoia, che riuscì alla fine a spuntarla: il re di Sardegna Vittorio Amedeo II acquistò il principato dai monaci nel 1729, ma l'atto di cessione non fu mai ratificato. Seborga passò di fatto, senza alcuna menzione ufficiale, sotto le varie dominazioni che si succedettero (Regno di Sardegna, Impero Francese, Regno d'Italia e Repubblica Italiana) finché nel XX secolo degli studi storici non iniziarono a mettere in risalto l'inghippo. Per il malumore sviluppatosi verso lo stato italiano, i Seborghini proclamarono la rinascita del Principato, a capo del quale fu posto, con un'elezione diretta, il floricoltore Giorgio Carbone (nato nel 1936) , che assunse il nome di Giorgio I.
Si riuscì ad ottenere un modus vivendi con le autorità rappresentative dello stato italiano, emettendo, per i cittadini, targhe automobilistiche e documenti seborghini affiancabili a quelli italiani, e adottando assieme alla lira una propria moneta, il luigino, del valore di sei dollari statunitensi. Il Principato fu dichiarato coestensivo col comune italiano di Seborga (4,91 kmq). Nel 1995 il voto popolare sancì l'entrata in vigore della Costituzione.
Il piccolo stato fu scosso da un polverone mediatico nel 2006, quando si diffuse la falsa notizia dell'abdicazione di Giorgio I, rifacendosi ad una vecchia dichiarazione in cui il principe in carica ventilava l'ipotesi di una sua abdicazione al compimento dei settant'anni d'età. L'avventuriera Yasmin di Hohenstaufen Aprile di Burey Angiò Plantageneta Puoti Comneno Canmore, il cui vero nome è in realtà Gelsomina Aprile, che pretendeva di essere una discendente dell'antica casa imperiale di Svevia e che fu anche candidata al parlamento italiano nelle liste della Lega Sud Ausonia, già in polemica con Giorgio I, dichiarò che sarebbe spettato a lei diventare sovrana di Seborga, e dopo qualche giorno annunciò che avrebbe consegnato il principato alle autorità italiane con una lettera al presidente Giorgio Napolitano. Lo smascheramento di Gelsomina Aprile e le smentite delle autorità seborghine fecero sì che la storia finisse in un'enorme bolla di sapone.

Lezione 11: La Repubblica di San Marino

Le origini della Repubblica di San Marino si fanno risalire al 301 d.C., quando il tagliapietre di origine dalmata Marino, che avrebbe lasciato la natia isola di Arbe per sfuggire alle persecuzioni anticristiane di Diocleziano, avrebbe fondato una piccola comunità sul Monte Titano, avuto in dono da una nobildonna riminese. La comunità si trasformò poi in un monastero che si tenne indipendente dai vari governanti che si succedettero nei territori limitrofi; il primo riconoscimento dell'indipendenza avvenne nell'885, col cosiddetto Placito Feretrano. In questo periodo la vita del piccolo stato era retta dal diritto consuetudinario, e faceva capo all'abate del monastero; un ordinamento di tipo comunale prese piede a partire dall'XI secolo. Tutti i poteri vennero riservati all'Arengo, assemblea di tutti i capifamiglia, a cui a partire dal 1243 furono affiancati come capi di stato i due Capitani Reggenti, eletti per sei mesi ed esistenti ancor oggi. Nel 1126 si nominano i tre castelli costruiti sulla cresta del monte, rimaneggiati in seguito e tuttora esistenti, denominati Guaita (o Rocca), Cesta e Montale), per difendersi dalle invasioni di Ungari, Saraceni e Normanni. Nel 1291 lo Stato della Chiesa riconobbe formalmente l'indipendenza di San Marino; nel 1460 la Repubblica fu insidiata da Sigismondo Malatesta, signore di Rimini, ma grazie all'alleanza con Federico da Montefeltro, duca d'Urbino, respinse la minaccia ed ottenne anzi un'espansione territoriale sui paesi (castelli) di Fiorentino, Montegiardino, Serravalle e Faetano. In questo periodo le istituzioni subirono una riforma, con l'istituzione del Consiglio Grande («dei Sessanta»: venti nobili, venti borghesi e venti cittadini) e del Consiglio dei Dodici, che si sostituirono progressivamente all'Arengo.
L'indipendenza fu minacciata ancora diverse volte, e in due occasioni fu persa per brevi periodi : nel 1503 Cesare Borgia detto il Valentino, figlio di papa Alessandro VI che volle ritagliarsi un proprio stato tra Marche e Romagna, occupò San Marino per pochi mesi, fino alla morte. Nel 1739 fu invece proclamata l'annessione allo Stato della Chiesa da parte del cardinale Alberoni: un'iniziativa personale che fu sconfessata da papa Benedetto XIV, salito al soglio pontificio nel 1740.
Nel 1600 furono rivisti gli Statuti della repubblica in senso oligarchico e antidemocratico, una situazione che sarebbe durata fino al 1906: i membri del Consiglio Grande non furono più eletti dall'Arengo ma nominati per cooptazione.
San Marino passò indenne la bufera napoleonica, la Restaurazione e le guerre espansionistiche sabaude: la sua indipendenza fu garantita da Napoleone nel 1797, dal Congresso di Vienna nel 1815 e da un trattato di amicizia concluso col Regno d'Italia nel 1862, come riconoscimento per l'aiuto dato ai patrioti in fuga durante il Risorgimento (tra cui Garibaldi, in fuga da Roma nel 1849). Fu stabilito il protettorato semplice dell'Italia su San Marino (l'Italia avrebbe curato la rappresentanza e gli interessi dei Sammarinesi all'estero) e un'unione doganale e monetaria. A questo proposito va ricordato che San Marino emise i suoi primi francobolli nel 1877 e tornò a battere moneta nel 1972.
Il difficile clima creatosi in Italia a seguito della Prima Guerra Mondiale investì anche San Marino, in cui nel 1923 andò al potere un partito fascista modellato su quello italiano. Il regime crollò il 28 luglio 1943, dopo la destituzione di Mussolini in Italia, ma fu ristabilito dalla nascita della Repubblica Sociale Italiana. L'avvicinarsi del fronte nel 1944 portò grandi bombardamenti su San Marino da parte degli Alleati, convinti a torto che il microstato fosse stato occupato dai Tedeschi; la loro avanzata portò comunque alla destituzione delle forze fasciste e ad un ripristino delle istituzioni democratiche. Le elezioni del 1945 diedero la vittoria ad una coalizione socialcomunista, sostituita nel 1957 da una tra democristiani e socialdemocratici dopo un tentativo di colpo di stato (i «fatti di Rovereta»). Nel 1988 San Marino rinunciò al protettorato dell'Italia e iniziò ad intrattenere proprie relazioni diplomatiche con altri paesi: ne sono segno l'adesione al Consiglio d'Europa e, nel 1992, all'ONU. I sommovimenti politici dovuti alla fine dei regimi comunisti in Europa orientale e del sistema partitico della Prima Repubblica in Italia hanno portato, negli ultimi anni, ad una ridefinizione anche del quadro politico sammarinese.

Lezione 12: Il Principato di Monaco

La storia di Monaco come micronazione indipendente inizia nel 1297, quando Francesco Grimaldi, esponente di una nobile famiglia genovese di parte guelfa, s'impadronì della fortezza di Monaco facendone una propria signoria personale e togliendola all'amministrazione della Repubblica di Genova. Per la sua posizione strategica la piazzaforte fu ambita anche dai Conti di Provenza e dai re di Francia, oltre che dai Genovesi che non si rassegnarono alla sua perdita: i Grimaldi, per conservare o riprendere il loro dominio, si appoggiarono ora ad una ora all'altra parte in causa. Monaco tornò in mano alla Repubblica di san Giorgio nel 1301; nel 1331 fu riconquistata da un Grimaldi, Carlo I, che ottenne anche le signorie di Mentone nel 1346 e di Roccabruna nel 1355. Ma nel 1357 morì durante l'assedio di Monaco da parte del doge genovese Simon Boccanegra; ai Grimaldi rimase solo Mentone. Il dominio genovese su Monaco s'interruppe definitivamente nel 1395, dopodiché la città fu autonoma per un decennio sotto la protezione del conte di Provenza Luigi II d'Angiò; nel 1419 tornò ai Grimaldi, che tra il 1428 e il 1436 furono spodestati temporaneamente dal duca di Milano Filippo Maria Visconti. Nel 1489 l'indipendenza di Monaco fu riconosciuta dal duca di Savoia e dal re di Francia; un tentativo dei Genovesi di riconquistarla nel 1509 fu sventato grazie ad una strenua resistenza. Per allontanare definitivamente la minaccia di Genova i Monegaschi chiesero il protettorato della Francia, il quale, dopo i rovesci francesi nella campagna di Francesco I contro Milano, fu sostituito nel 1523 da quello della Spagna. Questa situazione divenne però sempre più pesante per il piccolo stato, sfociando nel 1605 in una vera e propria occupazione militare. Nel 1641, grazie al trattato di Péronne negoziato da Richelieu, si tornò alla protezione francese; il signore di Monaco Onorato II Grimaldi ottenne anche dei feudi all'interno del Regno di Francia. Nel 1659 fu insignito del titolo principesco: da questa data inizia il vero Principato di Monaco, che prima era solo una signoria de facto.
Con Antonio I, nel 1731, si estinse il ramo maschile dei Grimaldi, ma il genero Jacques-François de Goyon-Matignon assunse il cognome della moglie e salì al trono col nome di Giacomo I. Il suo successore Onorato III, morto nel 1795, fu investito dall'ondata rivoluzionaria: nel 1789, nonostante avesse concesso una costituzione abbastanza liberale, fu spossessato dei suoi domini in Francia, e nel 1793 anche del Principato, che fu annesso alla Repubblica Francese. Monaco fu ribattezzato Fort d'Hercule (il suo nome nell'amtichità era Herculis Monoeci Portus, da cui Monaco) e attribuito al dipartimento delle Alpi Marittime. Nel 1814, alla caduta di Napoleone, i Grimaldi furono reintegrati, ma Onorato IV, giunto nel marzo 1815 per riprendere possesso del suo stato, lo trovò occupato dai napoleonici in seguito alla fuga di Napoleone dall'isola d'Elba, e fu arrestato. Fu liberato dopo Waterloo. Un nuovo trattato sostituì al protettorato della Francia quello del Regno di Sardegna. Nel 1848 le cittadine di Mentone e Roccabruna dichiararono la decadenza dei Grimaldi e si eressero in città libere, mantenendo il protettorato sabaudo: questa situazione fu ratificata e il Principato vide ridursi la sua estensione da 24 kmq a 1,49 kmq (comprendendo tre soli centri abitati: Monaco, La Condamine e Spélugues, poi ribattezzato Monte Carlo), divenendo, fino all'istituzione della Città del Vaticano, il più piccolo stato territoriale del mondo. La vita di Roccabruna e Mentone come città libere fu breve: nel 1860 scelsero, assieme alla Contea di Nizza, l'unione con la Francia, in seguito ad un plebiscito pilotato da Casa Savoia per vedersi riconosciuti i propri ingrandimenti territoriali in Italia. Non confinando più con i territori sabaudi, Monaco tornò sotto la protezione della Francia, con cui fece un'unione doganale nel 1865. Il principe Carlo III prese dei provvedimenti che favorirono lo sviluppo economico ed urbanistico del Principato, tra cui la fondazione del casinò che permise l'eliminazione di un gran numero d'imposte. Nel 1911 il principe Alberto I (1889-1922) concesse una nuova costituzione che trasformò lo stato da assolutistico a regime parlamentare. Luigi II (1922-1949) ebbe come successore Ranieri III, figlio di sua figlia. Un trattato siglato con la Francia nel 1951 stabilì che, in mancanza di un successore legittimo, Monaco sarebbe passata alla Francia: la mancanza di figli legittimi da parte dell'erede al trono Alberto, nato dall'unione di Ranieri con l'attrice americana Grace Kelly, ha spinto alla revisione del trattato nel 2002. Il suo principato fu contraddistinto da importanti avvenimenti: l'espansione territoriale (da 1,49 a 1,95 kmq) grazie alla bonifica di una parte di mare (sul terreno strappato alle acque è stato costruito il nuovo stadio di calcio Louis II, essendo quello vecchio in territorio francese), l'ingresso all'ONU nel 1993 e nel Consiglio d'Europa nel 2004. Nel 2005 gli è succeduto Alberto II.

Lezione 13: Il Principato di Andorra

Il Principato di Andorra (detto anche in passato, per la sua particolare organizzazione politica, Repubblica di Andorra) è, con i suoi 453 kmq, il più esteso tra i microstati europei. Come forma statale costituisce una diarchia: i suoi coprincipi sono il vescovo di Urgel (una cittadina della Catalogna) e il capo dello stato francese. Le ragioni di questa situazione vanno ricercate nella storia del piccolo stato pirenaico.
Il territorio che oggi costituisce Andorra fu incluso da Carlo Magno nella Marca Spagnola, l'avamposto sudoccidentale del Sacro Romano Impero verso i Mori. Nella seconda metà del IX secolo l'imperatore e re di Francia Carlo il Calvo l'assegnò al conte Sunifredo I di Urgel. Un discendente di questo, Ermengoldo VI, donò le sue terre alla diocesi di quella città: al potere secolare si sostituì così quello ecclesiastico. Il vescovo di Urgell aveva richiesto l'aiuto militare del visconte di Caboet, che in cambio ottenne Andorra come valvassore. Un esponente della casa di Caboet, Raimondo, trasferì i diritti di Andorra alla figlia Emerinda, moglie del conte di Foix, che succedette nella sovranità sul principato. Iniziò una disputa tra i conti di Foix e i vescovi di Urgel, che pretendevano entrambi di avere l'ultima parola sul governo del territorio: nel 1278 si addivenne ad una sentenza arbitrale (chiamata in franceseparéage) che stabiliva pari diritti di sovranità per le due parti in causa. Nel frattempo (1231) era stata data ad Andorra una prima costituzione, ad opera del vescovo Ponzio da Villamet.
I domini dei conti di Foix passarono poi ai principi di Béarn e ai re di Navarra; dopo che il re di Navarra Enrico III di Borbone divenne re di Francia come Enrico IV furono legati direttamente alla corona francese (editto del 1607). Napoleone I regolò i rapporti con Andorra stabilendo un incaricato del governo francese che rappresentasse gli interessi della Francia presso il Principato; questo ruolo venne poi assegnato al prefetto del Dipartimento dei Pirenei Orientali. Una prima costituzione approvata nel 1867 istituì un sistema giudiziario più moderno e un governo composto da due sindaci. A fare le veci del parlamento era il Consiglio della Valle di 24 membri, eletto dai capifamiglia. I due coprincipi avevano il potere di nominare due vicari (intermediari tra di loro e i sindaci) e un balivo, giudice di prima istanza.
Nel 1933 un sommovimento politico proclamò una nuova costituzione, in cui veniva introdotto il suffragio universale maschile, e dichiarò decaduti i coprincipi.
L'avventuriero russo Boris Skossyreff fu nominato re, col nome di Boris I, ma dopo appena una settimana fu arrestato per l'intervento delle truppe spagnole. Nel 1941 si ritornò all'elezione del Consiglio della Valle da parte dei soli capifamiglia; quest'organo fu sostituito nel 1981 dal Consiglio Generale, un parlamento eletto a suffragio universale. Questo fu il segno di una modernizzazione del Principato che era iniziata nel decennio precedente, grazie allo sviluppo del turismo. Andorra, un tempo un paese sottosviluppato e sottopopolato ad economia quasi esclusivamente silvo-pastorale, ha cambiato radicalmente volto, passando dai 6000 abitanti del 1960 agli attuali 65.000.

Lezione 14: Le piccole capitali: Mirandola, Carpi, Novellara

Con l'espressione "Piccole capitali" s'intende un insieme di cittadine della parte centrale della Pianura Padana (oggi appartenenti all'Emilia o alla Lombardia) che nello scorso millennio furono a lungo sedi di signorie indipendenti, esercitanti il loro potere su un territorio molto piccolo. Queste cittadine, che conservano ancora oggi un certo patrimonio artistico grazie agli investimenti al mecenatismo dei loro passati governanti, sono Mirandola, Carpi, Novellara, Correggio, Guastalla e Sabbioneta.

Mirandola conta oggi circa 20.000 abitanti e fa parte della provincia di Modena. Essa fu parte nell'XI secolo dei domini di Matilde di Canossa, che nel 1115 l'assegnò ad un certo Ugo Pico come ricompensa per certi servigi. Si eresse poi in libero comune, ma dovette lottare continuamente contro i tentativi dei Pico di ristabilire la propria autorità. Nel 1311 l'impresa riuscì a Francesco Pico, ma per pochi anni: infatti egli si mise contro il signore di Mantova Rinaldo Bonacolsi che nel 1321 riuscì a imprigionarlo e a farlo morire di fame coi suoi figli. Mirandola passò temporaneamente sotto il comune di Reggio finché l'imperatore Carlo IV (1347-1378) non ne fece un feudo imperiale autonomo, assegnandolo ancora ai Pico. Tra gli esponenti della dinastia ci furono importanti intellettuali (come Giovanni Pico della Mirandola, che si distinse alla corte di Lorenzo il Magnifico a Firenze) e uomini d'armi. Uno di questi, Ludovico I Pico (1472-1509), fu al servizio di papa Giulio II nella guerra della la Lega di Cambrai (a cui aderivano lo Stato Pontificio, la Spagna e la Francia) contro Venezia. Il cambio di alleanze portato dalla costituzione della Lega Santa - Pontifici, Veneziani e Spagnoli contro i Francesi - fece sì che questi ultimi occupassero Mirandola scacciando i legittimi signori; essi ritornarono nel 1511 dopo che il duca d'Urbino Francesco Maria della Rovere e papa Giulio II ebbero espugnato la città.
Mirandola subì un assedio da parte delle truppe imperiali nel 1551-52, a cui Ludovico II Pico, nipote di Ludovico I, riuscì a resistere. Nel 1596 Francesco Pico ottenne il titolo di principe e suo fratello Alessandro, nel 1617, quello di duca. Francesco Maria Pico nel 1701 si schierò per i Borboni di Francia contro gli Asburgo d'Austria nella Guerra di Successione Spagnola; per questo nel 1707 gli fu tolto ogni titolo da parte dell'imperatore Giuseppe I e dovette finire i suoi giorni in esilio a Madrid. Nel 1710 Mirandola fu annessa al Ducato di Modena retto dagli Estensi.

Carpi, tra le "piccole capitali", è sicuramente quella oggi meno piccola. Si presenta come una città industriale di oltre 60.000 abitanti, in provincia di Modena. È noto che agli inizi dell'XI secolo fu sede di un castello soggetto alla famiglia degli Attoni; entrò poi nei possedimenti di Matilde di Canossa, che alla morte la lasciò al Papato. Successivamente fu soggetta al comune di Modena, ma nel 1319 il patrizio modenese Manfredo Pio se n'impadronì e diede inizio alla sua signoria, ratificata dall'imperatore nel 1331. Nel 1367, dopo la morte di Galasso I Pio, una disputa tra i suoi due figli Giberto e Marsiglio portò alla divisione della città in due zone, che ciascuno amministrò separatamente; i due fratelli si riconciliarono nel 1383 grazie alla mediazione di Niccolò II d'Este, signore di Ferrara e Modena. Iniziarono poi ad esserci contrasti con gli esponenti questa casata per l'espansione territoriale. Il più importante tra i signori di Carpi fu Alberto III detto il Dotto (1477-1523), che fece ricostruire il castello trasformandolo da cupa fortezza a sontuoso palazzo principesco, e diede una nuova organizzazione urbanistica alla città (ancora oggi visibile) grazie al lavoro dell'architetto Baldassarre Peruzzi. Le guerre tra il re di Francia Francesco I e l'imperatore e re di Spagna Carlo V per il predominio sull'Italia portarono alla caduta della dinastia dei Pio, che nel 1525 fu spossessata di Carpi. Dopo qualche anno fu assegnata agli Estensi col titolo di principato, ma ormai non si trattava che di un'autonomia puramente formale.

Novellara è attualmente una cittadina di circa 13.000 abitanti in provincia di Reggio nell'Emilia. A partire dal X secolo fu un feudo della famiglia Malapresa, di origine longobarda, che vi eresse un castello. Alla metà del XII secolo entrò tra i domini del comune di Reggio. Nel 1358 Feltrino Gonzaga, figlio del signore di Mantova, divenne vicario imperiale di Reggio; tredici anni dopo vendette Reggio ai Visconti di Milano ma tenne per sé Novellara, che trasmise ai suoi discendenti, i quali nel 1501 ottennero il titolo di conti per investitura imperiale. Grazie alle abilità dei suoi governanti il borgo fu fortificato e abbellito, e rimase indipendente fino all'estinzione della dinastia nel 1728, con l'ultimo conte Filippo Alfonso. Nel 1737 gli Estensi di Modena ottennero di riunire Novellara ai loro domini, dando inizio ad un periodo di decadenza.

Lezione 15: Le piccole capitali: Correggio e Guastalla

Correggio è una cittadina di ca. 20.000 abitanti in provincia di Reggio nell'Emilia. La sua storia è legata indissolubilmente alla famiglia che da essa prese nome, i Da Correggio. Il primo ad esercitare la signoria sul luogo fu, nell'XI secolo, Frogerio da Correggio. Un suo discendente, Gherardo, nel XIII secolo fu a capo del partito guelfo di Parma, di cui era stato eletto podestà, e la difese contro l'imperatore Federico II (v. lezione VII). Anche suo figlio Guido esercitò il potere su Parma come podestà; Ghiberto, figlio di Guido, e Azzo, figlio di Ghiberto, ne divennero effettivi signori. Tuttavia quest'ultimo nel 1344 vendette di nascosto Parma a Obizzo d'Este, provocando l'irritazione dei Visconti di Milano, anch'essi interessati ad espandersi lungo la Via Emilia. Da allora il dominio della casata fu limitato alla città di Correggio e ai territori vicini, che dal 1452 furono costituiti in contea grazie ad un diploma dell'imperatore Federico III. Iniziò allora un'epoca di splendore nell'economia e nella cultura (ricordiamo il celebre pittore Antonio Allegri, detto il Correggio). Nel '500 i Da Correggio si schierarono con Carlo V contro il re di Francia Francesco I, e successivamente col suo successore Ferdinando I; egli li ripagò dando nel 1559, al conte Camillo da Correggio, la facoltà di battere moneta; da ciò ebbe origine la famosa moneta d'argento camillino, che sarebbe stata la causa della rovina della casata. Nel 1616 Correggio divenne principato, dietro il pagamento di una congrua somma; ma per rimpinguare le casse statali si decise di adulterare il titolo del camillino usando, oltre all'argento, del rame e del piombo. La truffa fu scoperta nel 1634 e il principe Siro fu dichiarato decaduto. Correggio fu unita al Ducato di Modena e Reggio.

Guastalla, oggi un centro di 14.000 abitanti in provincia di Reggio, tra le piccole capitali fu quella che più a lungo riuscì a difendere la propria indipendenza. Dal 1347 fu un possesso dei Visconti, che nel 1406 la infeudarono ai Torelli di Cremona. Questa famiglia fortificò il castello e ne fece la base di un piccolo stato. Nel 1428 fu eretta in contea; nel 1539 l'ultima esponente, Ludovica de' Torelli, la vendette a Ferrante I Gonzaga, fratello minore del duca di Mantova Federico II. Il nipote Ferrante II Gonzaga nel 1621 ottenne il titolo di duca e ingrandì il territorio con Suzzara e Reggiolo; in seguito all'estizione del ramo principale dei Gonzaga, fu candidato alla successione del Ducato di Mantova, ottenendo in ciò l'appoggio imperiale, ma la sorte arrise invece all'altro pretendente Carlo I di Gonzaga-Nevers (di ciò si ha un'eco ne "I promessi sposi": i lanzichenecchi erano mercenari che andavano ad appoggiare l'esercito di Ferrante II). Nel 1678 la duchessa Anna Isabella, sposando Ferdinando Carlo III di Gonzaga-Nevers, duca di Mantova, gli trasmise i diritti su Guastalla; ma per via delle leggi sulla successione nella famiglia Gonzaga, che escludevano le donne dal governo degli stati, Guastalla e Sabbioneta-Bozzolo (acquistate dopo l'estinzione di un altro ramo della casata, v. lezione successiva) nel 1692 furono assegnate dall'imperatore al cugino Vincenzo Gonzaga, anch'egli discendente di Ferrante II. In seguito alla Guerra di Successione Polacca, il Ducato fu occupato nel 1735-38 dal re di Sardegna Carlo Emanuele III di Savoia, ma poi il duca Giuseppe Maria Gonzaga fu reintegrato. Quest'ultimo morì nel 1746 senza eredi; Guastalla fu occupata dagli Austriaci fino al 1748, quando fu annessa a Parma, dando origine al Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla. Nel 1802 fu annesso alla Repubblica Cisalpina (poi Repubblica Italiana e Regno Italico). Nel 1806 Napoleone lo ricostituì per breve tempo come stato autonomo per la sorella Paolina Bonaparte. Con la Restaurazione tornò a Parma e con la rivoluzione del 1848 fu annesso al Ducato di Modena e Reggio, a cui rimase fino all'unione col Regno di Sardegna nel 1860.

Lezione 16: Gli stati gonzagheschi minori

I due più importanti tra gli stati gonzagheschi minori (Novellara e Guastalla) sono stati oggetto di lezioni precedenti; in questa lezione ci si occuperà dei piccoli stati che sorsero a più riprese, talora unendosi e talora dividendosi, nella parte orientale e settentrionale del territorio mantovano, con propaggini anche nelle attuali province di Cremona e di Reggio Emilia.
Queste terre furono staccate da Mantova, dopo che in un modo o nell'altro i signori di quella città ne erano entrati in possesso, una prima volta nel 1433, dopo la morte di Gianfrancesco I Gonzaga, 1° marchese di Mantova, che le assegnò ai propri figli minori, mentre il primogenito Ludovico III ebbe il Marchesato. A causa di tradimenti e di mancanza di eredi Ludovico entrò però in possesso dei territori appartenuti ai fratelli. Alla sua morte, avvenuta nel 1478, si comportò come aveva fatto il padre, dividendo i suoi territori tra i figli. Questi si accordarono per alcune permute e la situazione si delineò in questo modo: Rodolfo divenne signore di Luzzara, oggi in provincia di Reggio Emilia, e di paesi vicini (tra cui Reggiolo e Suzzara); Ludovico, avviato alla carriera ecclesiastica, ottenne Castel Goffredo, Castiglione delle Stiviere e Solferino, nell'alto Mantovano; Francesco, cardinale, ebbe Sabbioneta e Gazzuolo, mentre Gianfrancesco ottenne Bòzzolo, San Martino dall'Argine e Ròdigo. Federico I succedette al padre nel titolo di Marchese ed ebbe il resto delle terre. Secondo quanto stabilito dal testamento di Ludovico III, in macanza di eredi diretti la successione sarebbe stata regolata tra i discendenti delle coppie di fratelli: alla morte di Ludovico i suoi possessi andarono a Luigi Alessandro Gonzaga, uno dei due figlio di Rodolfo di Luzzara (mentre l'altro figlio Gianfrancesco tenne Luzzara e i paesi vicini), a quella del cardinale Francesco essi andarono a Gianfrancesco, che si ritrovò in possesso di uno stato piuttosto esteso compreso tra l'Oglio e il Po.
Luzzara, trasformata in marchesato dall'imperatore Carlo V, fu indipendente fino al 1557: in quell'anno il marchese Massimiliano la vendette al duca di Mantova Guglielmo Gonzaga. Nel 1630, durante la guerra di successione al ducato di Mantova (v. lezione XV) fu occupata dal duca di Guastalla Ferrante II Gonzaga, forte dell'appoggio imperiale. Rimase a Guastalla anche in seguito, nonostante l'Impero avesse riconosciuto i diritti di Carlo I di Gonzaga-Nevers, nuovo duca di Mantova.
Castiglione delle Stiviere, Solferino e Castel Goffredo rimasero uniti fino alla morte di Luigi Alessandro Gonzaga, avvenuta nel 1548; i tre paesi furono poi divisi fra i figli, rispettivamente Ferdinando I, Orazio e Alfonso. Ferdinando I ottenne il titolo di marchese di Castiglione nel 1579: il figlio primogenito Luigi entrò nella Compagnia di Gesù e morì nel 1591 a Roma, all'età di 23 anni, mentre assisteva gli appestati (fu santificato e dichiarato patrono della gioventù). La successione era pertanto toccata, nel 1586, al secondogenito Rodolfo, che nel 1589 aveva anche ereditato Solferino dallo zio, morto senza eredi maschi. Questo fatto si sarebbe potuto ripetere anche a Castel Goffredo, ma il marchese Alfonso intendeva ottenere dall'imperatore la successione per la figlia Caterina: Rodolfo giocò d'anticipo e nel 1592 fece assassinare lo zio. I Castellani mal sopportarono il nuovo signore, che si distinse per i suoi metodi tirannici, e Rodolfo morì assassinato appena un anno dopo. Il territorio così riunificato fu ereditato da Francesco, terzo figlio di Ferdinando I, che nel 1602 permutò, in accordo col duca di Mantova Vincenzo I, Castel Goffredo con Médole, e dal 1609 fu principe di Castiglione e Solferino.
Nel 1691 la popolazione del Principato si sollevò verso Ferdinando II Gonzaga, ritenuto colpevole di malgoverno e oppressione fiscale; egli fu reintegrato due anni dopo grazie alle truppe spagnole, ma perse nuovamente il suo dominio nel 1706, accusato di fellonia dall'imperatore per aver appoggiato la Francia durante la Guerra di Successione Spagnola (nel 1708 la stessa sorte sarebbe toccata a Ferdinando Carlo III di Gonzaga-Nevers, ultimo duca di Mantova). Il Principato fu governato dagli austriaci fino all'età napoleonica: nel 1772 un discendente di Ferdinando II, Luigi, fu reintegrato ma cedette per denaro i suoi diritti all'imperatrice Maria Teresa d'Asburgo.
Torniamo ora ai territori tra Oglio e Po, che abbiamo lasciato alla fine del XV secolo in possesso di Gianfrancesco. Egli si stabilì a Gazzuolo e alla sua morte nel 1496 lasciò le terre in condominio tra i suoi figli Ludovico, Federico e Pirro I. Il territorio fu poi polverizzato tra i vari eredi (Carlo, figlio di Pirro I, fu il primo a portare il titolo di marchese di Gazzuolo, località che poi fu riunita a Mantova per testamento), finché nel 1563 Vespasiano Gonzaga, nipote di Ludovico, non s'impadronì della maggior parte della zona. Egli fu un valente uomo d'armi al servizio del re di Spagna, ma anche un grande mecenate. Sabbioneta, di cui dal 1565 fu duca per investitura imperiale, fu ricostruita secondo le teorie della città ideale del Rinascimento e si arricchì di monumenti tuttora esistenti, venendo soprannominata "Piccola Atene de' Gonzaga" per la sua vita culturale.
Vespasiano provocò accidentalmente la morte del proprio figlio maschio ed ebbe come erede la figlia Isabella, che aveva sposato Luigi Carafa, principe di Stigliano in Basilicata. Pirro II Gonzaga, conte di San Martino dall'Argine, e suo fratello il cardinale Scipione, che Vespasiano aveva cacciato da Bozzolo, protestarono per la violazione delle regole di successione. Si addivenne ad una sentenza arbitrale secondo la quale i due fratelli furono reintegrati a Bozzolo (eretta in principato) mentre Isabella e il marito avrebbero tenuto Sabbioneta e la contea di Rodigo sarebbe stata riunita a Mantova. Sabbioneta passò poi alla famiglia spagnola dei Guzmán, al genovese Francesco Maria Spìnola e, nel 1708, al Ducato di Guastalla. Questo nel 1708 aveva inglobato anche Bozzolo e San Martino, che nel 1703, all'estinzione del loro ramo dinastico, erano stati annessi al Ducato di Mantova.
Un ultimo cenno merita Vescovato, paese attualmente in provincia di Cremona. Questo iniziò ad entrare nell'orbita gonzaghesca alla fine del XIV secolo e nel 1432 l'autorità dei Gonzaga in loco fu ufficialmente riconosciuta dal Senato della Repubblica di Venezia. Il ramo dei Gonzaga di Vescovato fu iniziato da Giovanni, figlio terzogenito del marchese di Mantova Federico I, che acquisì la maggior parte della zona. Nel 1786 Francesco Luigi Gonzaga di Vescovato convenne con l'imperatore Giuseppe II d'Asburgo di unificare l'amministrazione di Vescovato con quella del resto della provincia di Cremona, sotto dominio austriaco: finiva così l'autonomia del paese. Il ramo dei Gonzaga di Vescovato continuò ed è vivo tuttora.

Lezione 17: Piombino e lo Stato dei Presìdi

La storia di Piombino come stato autonomo iniziò nel 1399, quando Gherardo Appiani (o d'Appiano), signore di Pisa, cedette i territori della Repubblica marinara a Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano, per 200.000 fiorini, tenendo per sé Piombino e i territori vicini, tra cui l'isola d'Elba, che trasmise ai suoi discendenti. Durante il '400 gli Appiani si appoggiarono ora a Firenze ora a Siena per conservare il loro potere, ma nel 1501-03 furono temporaneamente spodestati da Cesare Borgia, figlio di papa Alessandro VI. Jacopo IV Appiani si rivolse poi all'imperatore Massimiliano I, che nel 1509 dichiarò Piombino feudo nobile imperiale, e ricorse all'opera di grandi personaggi come Niccolò Machiavelli e Leonardo da Vinci. L'imperatore Carlo V ritenne però che gli Appiani non facessero abbastanza per contrastare la pirateria turca nel Mar Tirreno e nel 1548 affidò Piombino a Cosimo I de' Medici, duca di Firenze. Il cambiamento di signoria diede i suoi frutti e nel 1555 i corsari ottomani, che avevano assediato la città, furono sbaragliati. Nel 1557 Cosimo I restituì Piombino e l'Elba agli Appiani tenendo per sé Portoferraio, ribattezzata Cosmopoli, in cambio del diritto ad annettere Siena al suo Ducato.
Con Jacopo VII (1589-1603), la cui madre apparteneva alla casa reale spagnola, la dinastia prese il nome di d'Aragona Appiani e ottenne il titolo principesco; Piombino divenne sede di una zecca. Alla sua morte gli successe la sorella Isabella, che fu scacciata da una rivolta nel 1628. Gli Spagnoli occuparono allora il Principato, che nel 1634 fu assegnato a Niccolò Ludovisi, genero d'Isabella Appiani, tranne Porto Longone (odierno Porto Azzurro, sull'isola d'Elba) che dal 1596 ospitava una guarnigione spagnola ed entrò a far parte dello Stato dei Presìdi (v. oltre). Il Principato entrò in una fase di decadenza e dal 1646 al 1650 fu occupato da truppe francesi per ordine del cardinal Mazzarino. Nel 1701, per l'estinzione del ramo dei Ludovisi, subentrarono i Boncompagni-Ludovisi, e in seguito alla Pace di Vienna del 1738 Piombino passò dalla sovranità imperiale a quella del Regno di Napoli. I nuovi signori si occuparono poco del governo, delegandolo in pratica alle magistrature locali.
Nel 1796 le truppe napoleoniche sostituirono i Boncompagni-Ludovisi con un regime repubblicano, che cadde non appena smobilitarono. L'isola d'Elba invece fu occupata dagli Inglesi in due riprese, prima di essere annessa alla Francia nel 1802, assieme ai territori della terraferma. Napoleone nel 1805 ricostituì il Principato, unendolo a Lucca, per assegnarlo alla sorella Elisa Bonaparte e al di lei marito Felice Baciocchi: questo fu un periodo abbastanza positivo per i provvedimenti che furono adottati. Col Congresso di Vienna Piombino e l'isola d'Elba (che dal maggio 1814 al febbraio 1815 era stata governata da Napoleone) entrarono a far parte del Granducato di Toscana.

Lo Stato dei Presìdi fu un'istituzione creata nel territorio della Maremma Toscana, già soggetta alla Repubblica di Siena, nel 1557 grazie ad un trattato tra Cosimo I de' Medici e il re di Spagna Filippo II. L'obiettivo era fornire alla Spagna alcune piazzeforti per proteggere le proprie vie di comunicazione marittima nel Mar Tirreno (ricordiamo che all'epoca il re di Spagna era anche re di Napoli e di Sicilia). Inizialmente era costituito dai territori costieri compresi tra Talamone e Ansedonia, compresi il Monte Argentario e Orbetello, capitale dello stato; si aggiunse poi la parte sudorientale dell'isola d'Elba con Porto Longone.
Lo Stato dei Presidi non fu mai veramente indipendente: fu retto da governatori nominati dai vari sovrani che lo possedevano (gli Asburgo-Spagna dal 1557 al 1700, gli Asburgo-Austria dal 1700 al 1738 e i Borbone-Napoli dal 1738 al 1799). Nel 1646-1650 la perdita di Porto Longone a vantaggio dei Francesi (che avevano occupato anche Piombino) fece sì che il viceré spagnolo di Napoli imponesse forti tasse per la campagna militare di riconquista, provocando l'insurrezione di Masaniello. Nel 1796 re Ferdinando IV di Borbone soppresse lo Stato dei Presidi e l'annesse al Regno di Napoli; nel 1801 entrò a far parte del Regno d'Etruria e ne 1807 dell'Impero Francese, con tutta la Toscana. La Restaurazione non lo ripristinò ma lo destinò anch'esso al Granducato di Toscana.

Lezione 18: Massa e Carrara

Le due città di Massa e Carrara, per la loro vicinanza, ebbero spesso una storia comune, tanto che la provincia italiana in cui si trovano porta il nome di entrambe (tra il 1926 e il 1946 furono persino unite in un unico comune, Apuania, che dava il nome anche alla provincia di cui era il capoluogo).
Fino al XIII secolo furono entrambe sottomesse al vescovo di Luni (antica città romana di cui rimangono le rovine, oggi in provincia de La Spezia), poi si eressero in liberi comuni: ma la loro posizione strategica, vicino al mare e allo sbocco della valle del fiume Magra, al confine tra Toscana, Emilia, Liguria e Lombardia, le rese spesso una preda appetibile per i potentati di queste regioni. Il susseguirsi di dominatori venuti da fuori spinse i Massesi nel 1442 a darsi in signoria al potente feudatario Antonio Alberigo I Malaspina, marchese di Fosdinovo. Suo figlio Giacomo ebbe nel 1467 il titolo di marchese di Massa e nel 1473 acquistò Carrara. Gli successe Antonio Alberigo II, la cui figlia Ricciarda sposò il genovese Lorenzo Cybo, dando origine alla dinastia dei Cybo-Malaspina. I due coniugi ressero insieme Massa e Carrara finché nel 1546 non furono spodestati dal loro figlio Giulio I Cybo-Malaspina, che tradì l'imperatore Carlo V schierandosi dalla parte di Francesco I re di Francia; ma Giulio, catturato dagli imperiali, fu decapitato e i suoi genitori furono reintegrati. Dopo la morte di Lorenzo Cybo, Ricciarda tenne la reggenza per l'altro figlio Alberigo I Cybo-Malaspina, finché questi non raggiunse la maggiore età nel 1553. Nel 1558 egli ottenne il titolo marchionale per Carrara (che affidò al propio figlio Alderano, che gli premorì) e nel 1568 quello principesco per Massa. Fu il periodo di maggiore prosperità per le due città, grazie soprattutto all'espansione dell'attività estrattiva del marmo. Bisogna notare che all'epoca il territorio di Massa e Carrara era molto meno esteso di quello dell'attuale provincia: corrispondeva più o meno a quello dei comuni attuali, meno di 200 kmq in tutto. L'alta Lunigiana (la parte settentrionale della provincia odierna) era suddivisa tra il Ducato di Parma, il Ducato di Toscana e gli antichi domini ereditari dei Malaspina (Fosdinovo e altri borghi); la Garfagnana, oggi divisa tra Lucca e Massa-Carrara, apparteneva al Ducato di Modena degli Estensi.
Nel 1623 succedette ad Alberigo I il nipote Carlo I, che nel 1633 ottenne per Massa il titolo ducale (ricordiamo che nel Sacro Romano Impero il titolo di duca era considerato superiore a quello di principe). Alberigo II Cybo-Malaspina nel 1664 ottenne anche il titolo principesco per Carrara. L'ultimo della linea maschile fu Alderano I, morto nel 1731; dopo di lui ressero lo stato prima per un certo periodo il fratello, cardinale Camillo, poi la figlia Maria Teresa Francesca Cybo-Malaspina, che sposò Ercole Rinaldo d'Este, erede del Ducato di Modena. Da allora Massa e Carrara furono fortemente influenzate dagli interessi dello stato confinante. Maria Beatrice Cybo-Este, figlia di Maria Teresa Francesca, ereditò i diritti di successione sugli stati dei Cybo e degli Estensi. Nel 1790 divenne marchesa di Massa e principessa di Carrara, da cui fu spodestata nel 1796 in seguito alle campagne napoleoniche in Italia. Massa e Carrara furono unite prima alla Repubblica Cispadana, poi a quella Cisalpina, a quella Italiana e al Regno d'Italia. Nel 1806 furono assegnate al Principato di Lucca e Piombino (vedi lezione precedente). Con la Restaurazione Massa e Carrara furono restituite a Maria Beatrice; il Ducato di Modena fu invece assegnato a suo figlio Francesco IV d'Asburgo-Este. Massa e Carrara si avvantaggiarono dalla spartizione tra madre e figlio, annettendo la Garfagnana e quasi tutta la Lunigiana (tranne Fivizzano e Pontremoli rimaste alla Toscana). Alla morte di Maria Beatrice nel 1829 il Ducato di Modena inglobò Massa e Carrara, ponendo fine alla loro storia come stato indipendente. Nel 1860 divennero una provincia del Regno di Sardegna, venendo poi attribuite alla regione Toscana. Questa decisione era in contrasto con ragioni di tipo geografico, etnico e storico: per questo nel 1946-48, durante la stesura della Costituzione italiana, fu proposta l'istituzione di una nuova regione denominata Emilia Lunense, che avrebbe dovuto comprendere, oltre alla parte occidentale dell'Emilia-Romagna e a Massa-Carrara, propaggini della Liguria e della Lombardia. In tempi più recenti tale proposta è stata riesumata col nome di Lunezia, senza però avere troppa fortuna.

Lezione 19: Il Ducato di Castro

Castro era un'antica città della Maremma laziale, nel territorio dell'attuale provincia di Viterbo, che nel 1537 fu eretta da papa Paolo III Farnese in Ducato per il proprio figlio Pier Luigi, creato successivamente anche duca di Parma e Piacenza. Il Ducato di Castro comprendeva una fascia di territorio tra il Mar Tirreno e il Lago di Bolsena, costituendo un cuscinetto tra lo Stato della Chiesa e i domini medicei in Toscana. La cittadina di Castro fu ricostruita ed abbellita ispirandosi ai modelli della città ideale del Rinascimento: doveva dare l'idea della ricchezza e della potenza della famiglia Farnese. Ma ben presto i duchi si occuparono sempre più del loro stato in terra emiliana, più ricco ed esteso, trascurando Castro. Il duca Ranuccio I Farnese (1592-1622), per far fronte alle proprie ingenti spese, contrasse dei debiti con la famiglia romana dei Barberini, dando in garanzia i propri domini maremmani. Sotto il suo successore Odoardo Farnese, i Barberini, spalleggiati da papa Urbano VIII, appartenente alla loro famiglia, tentarono d'impadronirsi di Castro e del suo territorio, adducendo come giustificazione il debito. Odoardo replicò fortificando ulteriormente Castro e radunando un piccolo esercito, ma provocò la reazione del papa, che nel 1641 revocò le franchigie sull'esportazione del grano (principale prodotto del Ducato) da Castro e dichiarò poi decaduto il duca, facendone occupare i territori: fu la Prima Guerra di Castro.
Odoardo provò a rientrarne in possesso facendo leva sui timori dei propri alleati (Venezia, Modena, la Toscana e la Francia, principale destinataria del grano castrense) di vedere la famiglia Barberini troppo potente a Roma: quello che ottenne fu un aiuto prima economico e poi anche militare che gli permise nel 1643 di portare la guerra nello Stato della Chiesa, scendendo dalla Romagna fino all'alto Lazio. Il papa, temendo un nuovo sacco di Roma, si decise ad avviare trattative di pace, che furono concluse col Trattato di Roma del 1644. Odoardo smobilitò dalle terre conquistate al pontefice ed in cambio riebbe Castro ed una rateizzazione in otto anni del pagamento del suo debito.
Le ostilità ripresero nel 1649 (Seconda Guerra di Castro). Ranuccio II Farnese, succeduto al padre Odoardo nel 1646, non tenne fede agli impegni presi nel pagamento del debito, così i Barberini ripresero a tramare. L'occasione fu data dall'assassinio del nuovo vescovo di Castro, che era stato designato in contrasto col parere di Ranuccio. Egli, mentre si stava recando a prendere possesso della sua diocesi, fu preso ad archibugiate da alcuni contadini. Il mandante dell'omicidio fu individuato nel duca. Papa Innocenzo X, che apparteneva alla famiglia Pamphilj, altra creditrice dei Farnese, ed era in buoni rapporti coi Barberini, ordinò l'invasione del Ducato di Castro. Le truppe ducali furono prima sconfitte a Tuscania, poi si asserragliarono tra le mura della capitale, dove resistettero ad un assedio di tre mesi prima di capitolare. Questo segnò la fine del piccolo ducato, che tornò nello Stato della Chiesa. Nel 1650 i pontifici scacciarono da Castro gli abitanti e procedettero alla demolizione completa della città, di cui oggi non rimane che una piccola cappella, preservata dalla distruzione da un supposto miracolo. Sul sito fu posata una lapide con l'iscrizione "Qui fu Castro". Il nome di Castro rimane oggi in quello di un certo numero di località che le furono sottoposte, come Montalto di Castro e Ischia di Castro.

Lezione 20: Cospaia e Senarica

In questa lezione si tratterà di due realtà micronazionali molto piccole sorte in Italia centrale durante il Medioevo: Cospaia, in Toscana, e Senarica, negli Abruzzi.

Nel 1441 papa Eugenio IV cedette Borgo Sansepolcro (l'attuale cittadina di Sansepolcro, in provincia di Arezzo) alla Repubblica di Firenze in cambio di una forte somma di denaro. Il trattato stabiliva che il nuovo confine doveva corrispondere al corso d'acqua detto il Rio. Questo testo era ambiguo: infatti, per un certo tratto del suo corso, il Rio era costituito da due rami che confluivano successivamente, e che entrambi chiamati con lo stesso nome. Accadde quindi che le truppe fiorentine si fermassero sul ramo più occidentale e quelle pontificie sul ramo più orientale: in mezzo rimaneva una zona di 3,3 kmq che ospitava il villaggio di Cospaia, con poche centinaia di abitanti. Gli abitanti di Cospaia approfittarono della situazione per erigersi in repubblica indipendente: i ben più grandi stati confinanti decisero di riconoscerla, poiché la ridefinizione dei confini avrebbe dato luogo senz'altro a dispute infinite. Dopo la scoperta dell'America Cospaia divenne un centro di produzione del tabacco, di cui vennero selezionate anche nuove varietà, grazie alla libertà fiscale che vi si godeva. Ma all'inizio del XIX secolo il microstato era ormai divenuto poco più che un covo di contrabbandieri, al punto che, per liberarsi di tale piaga, nel 1826 quattordici rappresentanti della repubblica fecero atto formale di sottomissione al papa, tornando così nello Stato della Chiesa dopo quasi quattro secoli.

Senàrica è oggi una frazione di Crognaleto, in provincia di Teramo. La tradizione, che purtroppo non è confermata da fonti storiche incontrovertibili, dice che nella seconda metà del XIV secolo la regina di Napoli Giovanna I d'Angiò, per ricompensare i Senarichesi del valore mostrato in battaglia, concesse loro l'autogoverno. Per qualche motivo non ben chiaro la così formata Repubblica di Senarica instaurò un rapporto particolare con Venezia: alla Serenissima inviava un tributo annuo di 20 ducati e, in caso di guerra, un contingente militare di due uomini. Il capo dello stato era denominato doge, e altri termini veneziani entrarono nella parlata locale.
Alla fine del XVIII secolo la repubblica decadde e venne riassorbita dal Regno di Napoli.
Alcuni storici mettono in dubbio la storicità di questi eventi: è comunque senz'altro probabile che Giovanna I d'Angiò abbia fatto di Senarica almeno un allòdio, cioè una comunità di uomini liberi da servitù feudali.

Lezione 21: Tenda e Masserano

Tenda è oggi un paese di circa 2000 abitanti nell'alta valle del fiume Roja, nel Dipartimento francese delle Alpi Marittime, presso il confine con la Repubblica Italiana. È considerato all'interno della regione geografica italiana, come Nizza.
A partire dal X secolo fu un possedimento dei conti di Ventimiglia, che nel 1261 vi stabilirono la propria residenza dopo che quella città fu conquistata dalla Repubblica di Genova. In quel periodo i conti di Ventimiglia, ormai noti come conti di Tenda, assunsero il cognome Lascaris dopo che Guglielmo III ebbe spos ato Eudosia, figlia dell'imperatore bizantino Teodoro II Lascaris (1254-1258). I loro domini andarono riducendosi progressivamente col tempo, limitandosi, già nel XV secolo, a Tenda e al vicino centro di Briga Marittima. Nel 1501 la contea fu portata in dote da Anna di Tenda a Renato di Savoia, figlio naturale del duca Filippo II e perciò chiamato "il Gran Bastardo". Da ciò ebbe origine una linea sabauda collaterale e illegittima, che si legò alla monarchia francese: i suoi esponenti (dopo Renato, i figli Claudio e Onorato II) ricoprirono l'incarico di governatore della Provenza. Ciò però fu fatale per l'indipendenza della contea: il duca di Savoia Emanuele Filiberto, in guerra per recuperare i territori che appartenevano alla sua casata e che erano stati occupati dai Francesi, nel 1575 occupò Tenda, traendo a pretesto l'ostilità di Onorato II. Non avendo quest'ultimo eredi maschi, dopo il suo assassinio Emanuele Filiberto divenne il legittimo feudatario di Tenda anche per motivi ereditari.
Nel 1796 Tenda passò alla Francia, con Nizza e la regione geografica della Savoia; nel 1814 queste terre furono restituite al casato sabaudo. Nel 1860 sarebbe dovuta andare di nuovo alla Francia con Nizza, tanto più che il plebiscito (sulla genuinità dei cui dati si nutrono però forti dubbi) aveva dato parere favorevole all'annessione; i Savoia decisero però di trattenerla per poter controllare ambo i versanti del colle dell'Argentera. Nel 1946 Tenda e Briga Marittima votarono regolarmente per il referendum istituzionale italiano e per l'Assemblea Costituente (a differenza dei territori orientali ancora occupati da Jugoslavi e Alleati), ma nel 1947 furono assegnate alla Francia per il desiderio di de Gaulle di punire l'Italia. Un nuovo plebiscito, anche questo probabilmente pilotato, ratificò la situazione.

Masserano è un centro di circa 2500 abitanti in provincia di Vercelli, che fu per tre secoli la capitale di un piccolo stato indipendente. Inizialmente tra i possedimenti feudali del vescovo di Vercelli, quando in quella città si costituì il comune iniziarono ad esserci attriti tra le due istituzioni a causa della doppia giurisdizione sullo stesso territorio. Nel 1343 Emanuele Fieschi, la cui famiglia, titolare della contea di Lavagna in Liguria, era stata cacciata da Genova, divenne vescovo di Vercelli. Egli cercò di riposizionare i propri parenti nei suoi nuovi domini: accadde perciò che dei Fieschi s'insediassero a Masserano e in altre località. Questo fatto venne riconosciuto con una bolla papale del 1394, che assegnava quei territori alla famiglia Fieschi, staccandoli dalle proprietà della diocesi: i Fieschi divennero così vassalli diretti della Santa Sede, con tutti i privilegi che ciò comportava. Nel 1422 cessò anche la giurisdizione del Comune di Vercelli e nel 1505 Masserano divenne contea. Il capofamiglia Ludovico Fieschi, avendo scelto la carriera ecclesiastica e non volendo che i propri fratelli si scannassero per la successione, adottò come figlio Sebastiano Ferrero, nipote della propria cognata: questi prese il cognome di Ferrero-Fieschi. I suoi discendenti divennero nel 1547 marchesi e nel 1598 principi; allacciarono stretti rapporti con la Spagna e con i Savoia. Questo in un primo tempo fu un vantaggio perché assicurò una miglior difesa del paese, ma successivamente ebbe il risultato di attirare nel suo territorio i conflitti in cui questi stati erano coinvolti. I Ferrero-Fieschi, ricoprendo alti incarichi alla corte spagnola, erano spesso assenti e lo stato era governato da commissari nominati dal papa. Nel 1731 il papa nominò vicario di Masserano il re di Sardegna Carlo Emanuele III di Savoia: il dominio sabaudo si sostituì progressivamente a quello dei principi legittimi, tanto che nel 1767 Vittorio Amedeo Ferrero-Fieschi vendette il Principato di Masserano e la Contea di Crevacuore (che all'epoca avevano complessivamente ca. 14.000 abitanti) ai Savoia per 400.000 lire, tenendo per sé e per i suoi discendenti solo il titolo nobiliare. Seguì quindi le vicende del Piemonte.

Lezione 22: Il Principato di Liechtenstein

Il Principato di Liechtenstein è uno dei microstati europei tuttora esistenti. Si trova tra la Svizzera e l'Austria ed è lambito dal corso del Reno. Stranamente, prende il nome non dal territorio geografico su cui esercita la sovranità ma dalla famiglia regnante. Questa infatti è originaria del Castello di Liechtenstein, nella Bassa Austria, dove è documentata a partire dal XII secolo.
Nel '600, grazie ai servigi e ai forti legami che li univano alla casa d'Asburgo, i Liechtenstein divennero principi dell'Impero; mancava loro però un territorio sul quale potessero esercitare la potestà principesca. Giovanni Adamo I di Liechtenstein acquistò nel 1699 la signoria di Schellenberg e nel 1712 la contea di Vaduz; nel 1719 l'imperatore Carlo VI li riunì nel Principato di Liechtenstein (con capitale Vaduz), per Antonio Floriano, figlio di Giovanni Adamo I, nel frattempo deceduto. I Liechtenstein continuarono però a vivere a Vienna e non misero piede a Vaduz fino al 1818, disinteressandosi in pratica di un territorio che all'epoca era povero e dalle risorse limitate, basate sull'agricoltura e sull'allevamento.
Nel 1806 il Principato di Liechtenstein entrò nella Confederazione del Reno, la creazione napoleonica che raggruppò gli stati della Germania centrale dopo la dissoluzione del Sacro Romano Impero. Al Congresso di Vienna (1814-1815) furono ristabiliti i rapporti preferenziali con gli Asburgo: il Liechtenstein costituì con l'Austria un'unione doganale e monetaria e fece parte della Confederazione Germanica sino alla sua fine nel 1866. In questo periodo il piccolo stato iniziò ad industrializzarsi e a modernizzarsi: nel 1818 si diede una costituzione con limitate concessioni, che furono ampliate nel 1868, quando si decisero anche la neutralità permanente del Liechtenstein e lo smantellamento delle sue forze armate.
Dopo la sconfitta austro-ungarica nella Prima Guerra Mondiale, il Liechtenstein preferì legarsi alla Svizzera, con la quale instaurò rapporti analoghi a quelli che aveva con l'Austria. Una serie di disastri naturali e finanziari mise in ginocchio l'economia del Principato negli anni '20; tuttavia, grazie all'intraprendenza di alcuni finanzieri stranieri che si offrirono di prendere in gestione le casse statali, si risollevò rapidamente e pose le basi dell'attuale livello di sviluppo, che ne fanno uno degli stati più ricchi d'Europa e del mondo.
Nel 1938, in seguito all'Anschluss dell'Austria da parte della Germania nazista, i principi si stabilirono a Vaduz: i loro beni immobili in Austria e Cecoslovacchia furono confiscati e mai più restituiti, nonostante oggi si ritenga generalmente che abbiano tutti i titoli per richiederli. L'ottantaquattrenne principe Francesco I abdicò in favore del cugino Francesco Giuseppe II, ufficialmente per l'età, ma in realtà perché temeva che i nazisti potessero facilmente invadere il Principato (sua moglie era di origine ebraica).
Dopo la Seconda Guerra Mondiale il Liechtenstein diede asilo a soldati russi che avevano combattuto contro l'URSS a fianco dell'Asse (a differenza della Gran Bretagna che li rimpatriò senza preoccuparsi del fatto che sarebbero stati mandati al patibolo).
A partire dagli anni '70 il Liechtenstein, avendo sempre incrementato più la propria vocazione finanziaria, iniziò a gestire in proprio (e non più solo attraverso la Svizzera) anche i rapporti internazionali: entrò così nel Consiglio d'Europa, nell'EFTA (European Free Trade Association) e nell'ONU.
Il principe Giovanni Adamo II (Hans-Adam), salito al trono nel 1989, nel 2003 promosse un referendum per una riforma costituzionale che desse più potere al principe: il "sì" vinse con oltre il 64% dei voti, a conferma dell'apprezzamento della popolazione per l'operato del sovrano, che attualmente condivide il potere col figlio Alois. Tra i poteri attribuiti al principe dalla riforma vi sono quello di attualmente revocare il primo ministro in qualsiasi momento, anche se quest'ultimo ha la fiducia della Dieta, e di far decadere le leggi approvate dalla Dieta negando la ratifica.


CORSI DELL'UNIVERSITÀ IMPERIALE


menù


NEWS